Isaia


Di questo santo Profeta lo Spirito Santo nell’Ecclesiastico ha fatto scrivere: “Isaia fu un grande profeta e fedele agli occhi del Signore. Il sole tornò indietro nei di lui giorni e molti altri egli aggiunse alla vita del re. Vide il fine dei tempi per un gran dono di Spirito, e consolò quelli che piangevano Gerusalemme”.
Isaia, figlio di Amos e parente del re Manasse, discendeva dalla casa reale di Davide. Visse circa ottocento anni prima di Cristo.
La missione di profeta gli fu conferita in modo solenne in una visione: vide il Signore seduto sopra un gran trono nel tempio, circondato da cherubini. Uno di questi spiriti si mosse prese dall’altare un carbone acceso, e venuto a Isaia gli toccò la bocca con il carbone dicendo: “Ecco che questo ha toccato le tue labbra, e sarà tolta la tua iniquità e sarà lavato il tuo peccato”. Poi il Signore parlò direttamente a Isaia invitandolo a predicare al suo popolo.
Il Profeta predicò la parola di Dio sotto i re Ozia, Giatan, Acaz, Ezechia, Manasse e la sua missione durò circa un secolo. Al re Manasse, empio e crudele, caduto nell'idolatria, il Signore mandò Isaia per richiamarlo al culto dell’unico vero Dio, al pentimento dei suoi peccati.
Il Profeta non fu ascoltato; anzi il sovrano adirato lo condannò a morte. Fu preso e segato in due con una sega di legno, e soffrendo questo tremendo supplizio passò al Signore. Il re Manasse subì il castigo che gli era stato predetto, e Isaia aggiungeva alla gloria di profeta quella di martire.
Isaia fu il maggiore dei Profeti. S. Girolamo lo riguarda non solo come profeta, ma anche come evangelista e apostolo. Le sue profezie sono di una tale chiarezza che sembrano una storia del passato piuttosto che una predizione.
Gli scritti di Isaia narrano principalmente le minacce di Dio al popolo di Israele e ai popoli vicini per i loro peccati, ma il profeta nel descrivere i giusti giudizi di Dio allude molto spesso alla venuta del Liberatore e descrivendo la sua nascita, le sue opere e specialmente la sua passione, eccita negli animi l’amore e la confidenza in Lui.


Autore: Antonio Galuzzi



Di Padre Claudio Traverso:
Il libro di Isaia e' uno tra i meglio conosciuti dell'Antico Testamento. E' il libro piu' frequentemente citato nel Nuovo Testamento e quello usato piu' spesso da Gesu'.
Vi sono due motivi che spiegano questa popolarita'.
Primo, il libro contiene i riferimenti piu' chiari dell'Antico Testamento alla dottrina del Vangelo. In esso si trova la descrizione del peccato e le sue conseguenze, l'impotenza del peccatore, il meraviglioso amore di Dio, la promessa del Salvatore e il richiamo alla penitenza e alla fede.
Secondo, il libro contiene molti passi che sono entrati a far parte della normale terminologia della Chiesa.

Alcuni di questi passi:

"Anche se i vostri peccati sono come scarlatto, diventeranno bianchi come neve" (1,18);
"Ecco, la vergine concepira'..." (7,14);
"Ecco, e' nato per noi un bambino, ci e' stato dato un figlio... sara' chiamato Consigliere ammirabile..." (9,5);
"Il deserto fiorira'..." (35,1);
"Consolate il mio popolo..." (40,1);
"Venite all'acqua..." (55,1);
"Quelli che hanno fiducia nel Signore riacquistano forza, mettono le ali come aquile..." (40,31);

... rimangono impressi nella mente e nel cuore.
Isaia svolse il suo ministero nel periodo dell'imminente catastrofe che avrebbe presto colpito il regno di Giuda, la parte meridionale di quella che era stata la nazione di Israele.
Il potente esercito assiro stava gia' devastando le regioni settentrionali e la minaccia incombeva.
Contro ogni logica, Isaia cerco' di convincere il re Ezechia a fidarsi unicamente della protezione del Signore, promettendo che Dio avrebbe mantenuto la sua parola di risparmiare il regno di Giuda.
Quando Ezechia decise di porre la sua fiducia in Dio, la peste devasto' l'accampamento assiro costringendo l'esercito alla ritirata.
Per quella volta la piccola nazione dei credenti fu risparmiata.
Il profeta scrisse il suo libro in questo difficile periodo raccogliendovi i suoi messaggi, prediche, resoconti storici, esortazioni e profezie.
Il contenuto teologico del suo libro e' uno dei vertici dell'Antico Testamento.
Il maggior rilievo e' dato alla santita' di Dio che e' chiamato "il Santo di Israele". La santita' di Dio e' il fondamento di tutti i rapporti che Dio ha con il mondo: Dio non avrebbe mai fatto nulla che non fosse giusto ed equo.
Anche se il Signore poteva trovare necessario giudicare il suo popolo per i suoi molti peccati, non li avrebbe poi mai abbandonati alla loro sorte.
Se erano stati deportati come schiavi, un "resto" sarebbe ritornato per realizzare le promesse fatte da Dio ai loro antenati, i patriarchi.
Anche nella sua ira, Dio si sarebbe ricordato della sua misericordia.
Il tema piu' insistentemente sottolineato nel messaggio di Isaia e' quello della venuta del Messia, il Servo di Dio.
Il Servo deve soffrire per il mondo, instaurare la giustizia, salvare le nazioni, essere la luce dei Gentili, insegnare la verita' a tutti quelli che sono disposti ad accoglierla, ridare la vista ai ciechi, liberare i prigionieri, stabilire un'alleanza con il mondo, trattare i deboli con compassione e con amore, dispensare lo Spirito di Dio, addossarsi i peccati del mondo, intercedere per i peccatori, portare la conoscenza di Dio a tutti quelli che la cercano, garantire la pace ai popoli.
Tutte queste aspettative sono state adempiute da Gesu' Cristo.
Infine, il libro di Isaia offre una promessa di salvezza in immagini che sono tra le piu' belle della letteratura universale (cf. 1,18; 11,1-9; 35,1-10; 40,1-31; 52,7-10; 55,1-7; 61,1-11).
Il messaggio riguarda il perdono e la misericordia di Dio, offerti gratuitamente a tutti coloro che hanno fede in Dio.

Il profeta Isaia e' nato verso il 765 A.C.

L'anno della morte del re Ozia (Azaria), nel 740, ricevette nel tempio di Gerusalemme la vocazione profetica, la missione di annunciare la rovina di Israele e di Giuda come castigo delle infedelta' del popolo (6,11-13).
Esercito' il suo ministero durante quarant'anni, che furono dominati dalla minaccia crescente che l'Assiria fece pesare su Israele e su Giuda.

Si distinguono quattro periodi tra i quali possiamo, con piu' o meno sicurezza, ripartire gli oracoli del profeta:

1) I primi risalgono ai pochi anni che separarono la sua vocazione dall'avvento di Acaz nel 736.
Isaia era allora preoccupato soprattutto dalla corruzione morale che la prosperita' aveva portato in Giuda, cc. 1-5 in gran parte.

2) Il re di Damasco, Rezin, e il re d'Israele, Pekach, vollero trascinare il giovane Acaz in una coalizione contro Tiglat Pilezer III°, re di Assiria.
Al suo rifiuto, attaccarono Acaz e questi fece appello all'Assiria.
Isaia intervenne allora e tento' invano di opporsi a questa politica troppo umana.
Da questa epoca datano il "libretto dell'Emanuele" (7,1-11,9 in gran parte), ma anche 5,26-29; 17,1-6; 28,1-4.
Dopo lo scacco della sua missione presso Acaz, Isaia si ritiro' dalla scena pubblica (cf. 8,16-18).

3) Il ricorso di Acaz a Tiglat Pilezer mise Giuda sotto la tutela dell'Assiria e accelero' la rovina del regno del nord.
Dopo l'annessione di una parte del suo territorio nel 734, la pressione straniera si aggravo' e, nel 721, Samaria cadde in potere degli assiri.
In Giudea, Ezechia successe ad Acaz. Era un re pio, animato da uno spirito di riforma, ma gli intrighi politici ripresero e si cerco', questa volta, l'appoggio dell'Egitto contro l'Assiria.
Isaia, fedele ai suoi principi, voleva che si respingesse ogni alleanza militare e che si confidasse solo in Dio.
Si riferiscono a questo principio del regno di Ezechia 14,28-32; 18; 20; 28,7-22; 29,1-14; 30,8-17.
Dopo la repressione della rivolta e la presa di Asdod da parte di Sargon (c 20), Isaia ricadde nel silenzio.

4) Ne usci' nel 705 quando Ezechia si lascio' trascinare in una rivolta contro l'Assiria. Sennacherib devasto' la Palestina nel 701, ma il re di Giuda volle difendere Gerusalemme.
Isaia lo sostenne nella sua resistenza e promise il soccorso di Dio; la citta' infatti fu liberata.
Da questo ultimo periodo datano almeno gli oracoli di 1,4-9; 10,5-15.27-32; 14,24-27 e i passi di 28-32 che non sono stati riferiti al periodo precedente.
Non sappiamo piu' nulla delle vicende di Isaia dopo il 700. Secondo una tradizione ebraica, sarebbe stato martirizzato sotto Manasse.

Isaia e' stato segnato per sempre dalla scena della sua vocazione nel tempio, dove ha avuto la rivelazione della trascendenza di Dio e dell'indegnita' dell'uomo. La sua idea di Dio ha qualche cosa di trionfale e anche di terrificante: Dio e' il santo, il forte, il potente, il re.
L'uomo è un essere contaminato dal peccato, per il quale Dio domanda riparazione. Dio esige la giustizia nelle relazioni sociali e anche la sincerita' nel culto che gli si rende. Vuole che si sia fedeli.
Isaia e' il profeta della fede e, nelle crisi gravi che attraversa la sua nazione, domanda che si confidi in Dio solo: e' l'unica possibilita' di salvezza.
Sa che la prova sara' severa, ma spera che un "resto" sara' risparmiato, di cui il Messia sarà il re.
Isaia e' il piu' grande dei profeti messianici.
Il Messia che egli annuncia e' un discendente di Davide, che farà regnare sulla terra la pace e la giustizia e diffondera' la conoscenza di Dio (2,1-5; 7,10-17; 9,1-6; 11,1-9; 28,16-17).

Soltanto poco meno della meta' del libro appartiene in maniera autentica al profeta (cap 1-23 e 28-33).
Ma le altre sezioni hanno comunque grandissima importanza e costituiscono parola ispirata.
I cap. 40-55 contengono la predicazione di un anonimo, un continuatore di Isaia, un grande profeta come lui, che, in mancanza di particolari viene chiamato Deutero-Isaia o Secondo-Isaia.
Egli ha predicato in Babilonia tra le prime vittorie di Ciro, nel 550 A.C., che lasciavano presagire la rovina dell'impero babilonese, e l'editto liberatore del 538, che permise i primi ritorni.
La raccolta si apre con l'equivalente di un racconto di vocazione profetica (40,1-11), e termina con una conclusione (55,6-13). In base alle sue prime parole: "Consolate, consolate il mio popolo" (40,1), e' chiamata il "libro della Consolazione di Israele".
Ne e' infatti il tema principale.
Gli oracoli dei cc. 1-39 erano generalmente minacciosi e pieni di allusioni agli eventi dei regni di Acaz e di Ezechia; quelli dei cc. 40-55 sono distaccati da questo contesto storico e sono consolatori.
Il giudizio e' stato compiuto dalla rovina di Gerusalemme, il tempo della restaurazione e' vicino.
Sara' un completo rinnovamento e questo aspetto e' sottolineato dall'importanza data al tema di Dio creatore, unito a quello di Dio salvatore.
Un nuovo esodo, piu' meraviglioso del primo, ricondurra' il popolo a una nuova Gerusalemme, piu' bella della prima.
In rapporto al primo Isaia, il pensiero e' teologicamente piu' costruito. Il monoteismo e' affermato dottrinalmente e la vanita' dei falsi dei e' dimostrata dalla loro impotenza.
La sapienza e la provvidenza insondabili di Dio sono messe in risalto, e l'universalismo religioso si esprime chiaramente per la prima volta.
Queste verita' sono dette con un tono infiammato che mette in evidenza l'urgenza della salvezza.
Nel libro sono inseriti i "canti del servo": 42,1-4(5-9); 49,1-6; 50,4-9(10-11); 52,13-53,12.
Essi presentano un servo di Dio perfetto adunatore del suo popolo e luce delle nazioni, che predica la vera fede, che espia con la sua morte i peccati del popolo ed e' glorificato da Dio.
Il servo e' il mediatore della salvezza futura e cio' giustifica l'interpretazione messianica. Questi sono i testi che Gesu' ha evocato, applicandoli a se stesso e alla sua missione (Lc 22,19-20.37; Mc 10,45).
Anche la prima predicazione cristiana ha riconosciuto nel Cristo il servo perfetto annunziato dal Deutero-Isaia (Mt 12,17-21; Gv 1,29).

L'ultima parte del libro (cc. 56-66) e' stata considerata come l'opera di un altro profeta, che viene indicato come il "Trito-Isaia", il Terzo Isaia.
È una raccolta composita. Presa in generale questa terza parte del libro appare come l'opera dei continuatori del Deutero-Isaia.

L'esperienza di Isaia

Lo Spirito di Dio nell'uomo produce sapienza, intelligenza e conoscenza. Nel caso dei profeti e' capacita' "politica" di vedere i problemi, di predisporre le cose, di venire incontro ai bisogni della gente.
Isaia e' il solo profeta dell'VIII° secolo che presenta una ricca spiritualita', e che ci parla proprio di questo spirito di sapienza:
in Is 11,4 il "soffio delle labbra" del Messia e' la sua Parola, e, per contro, Is 19,3 afferma che gli egiziani perderanno il senno, saranno privi di intelligenza, diventeranno incapaci di intendere e di volere.
Ora nella Bibbia l'intelligenza non e' soltanto una capacita', ma piuttosto un fatto eminentemente spirituale, condizionato dalla disposizione d'animo, quindi favorita o ostacolata.
Cosi' si puo' comprendere meglio queste parole: "...hanno un bel guardare ma non vedono, hanno un bell'ascoltare ma non odono (cf. Is 6,9-10). Ancora a proposito degli egiziani, il profeta scrive: "Il Signore ha infuso in mezzo a loro uno spirito di vertigine" (Is 19,14).
L'iniziativa, come si vede, parte da Dio: e' solo Lui che puo' dare o togliere lo spirito (Is 19,3)...
Analogamente, di Israele si dice: "Il Signore ha versato su di voi uno spirito di torpore: ha chiuso i vostri occhi, i profeti, ha velato i vostri capi, i veggenti (Is 29,10).
Questo torpore o assopimento, e' un segno di morte spirituale, di uno spegnimento intellettuale...
Ma il fatto e' che Dio non ha suggerito, non ha ispirato i progetti dei figli di Israele: per questo sono pensieri ottusi, destinati all'insuccesso o al fallimento. Sono progetti esclusivamente umani, senza spirito e senza intelligenza.
Si tratta invece prima di tutto di aver fede in Dio: e' la fede che illumina l'intelligenza, che apre al dono della illuminazione spirituale, oltre la nostra umanita'...
Per Isaia questo dono, lo spirito di sapienza, sara' concesso essenzialmente da Dio al suo Unto, cioe' al Messia:
"Uscira' un germoglio dal tronco di Iesse,
un germoglio fiorira' dalle sue radici.
Si posera' su di lui lo spirito del Signore:
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore,
che gli ispirera' il timore del Signore" (Is 11,1-3).
Tutti questi attributi spirituali si fondano su uno solo: "il timore di Dio", ossia le fede.
Vuol dire che la fede in Dio, la nostra relazione con Lui, la nostra percezione della sua presenza, viene prima e fonda qualunque altro discorso, qualunque altro sapere, qualunque altra conoscenza.
E' lo Spirito che ispira nel Messia il timore del Signore, ed e' da questo timore, ossia dalla fede, che procedono la sapienza e tutti gli altri doni dello Spirito.
Nel libro del profeta Isaia troviamo davvero una sterminata ricchezza.
Agli splendori profetici si aggiungono anche quelli letterari. E' davvero difficile trovare, non soltanto nella Bibbia, pagine cosi' frementi e robuste         
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Isaia


Geremia


Ezechiele


Daniele
Geremia


Geremia è uno dei quattro grandi profeti d’Israele, figlio di Helkia della tribù di Beniamino, nacque verso il 650 a.C. nel villaggio di Anatot presso Gerusalemme; visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 fino oltre il 587 a.C.
Appartenente alla stirpe dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme, iniziò il suo ministero profetico sotto il regno di Giosia. Uomo mite e timido, fu chiamato contro la sua volontà e la sua natura di uomo sensibile, ad una missione profetica durissima, cioè quella di essere l’annunciatore e il testimone della rovina di Gerusalemme e del regno davidico di Giuda.
In quegli anni scompariva definitivamente l’impero Assiro e si riaffermava la potenza di Babilonia, specie con il re Nabucodonosor, che fece pesare la sua autorità in Palestina; Geremia fu sempre contrario ad un’alleanza del popolo d’Israele con l’Egitto, consigliando sottomissione alla potenza babilonese e gli avvenimenti gli diedero ragione.
Infatti Nabucodonosor per reprimere le continue ribellioni ed i tentativi di alleanza con l’Egitto, fece tre spedizioni contro il regno di Giuda, che si conclusero come una sciagura nel 586 a.C., con la distruzione del Tempio, con lo spodestamento della dinastia davidica regnante, con la deportazione degli israeliti più influenti, dando inizio così alla cosiddetta “cattività babilonese”.
Geremia che aveva profetizzato più volte questi avvenimenti, si trovò al centro di tutto questo dramma; dotato di un’esperienza mistica e profetica eccezionale, Geremia incitò i suoi concittadini ad una religione sincera e ad una vera intimità con Dio.
Fu sua opinione che i peccati del regno di Giuda fossero da attribuire al carattere nazionalistico e conservatore delle istituzioni religiose e annunziò che in breve tempo, la legge della responsabilità collettiva avrebbe ceduto il posto a quella della responsabilità individuale.
Purtroppo il risultato della sua missione profetica si poté vedere solo dopo la sua morte. Durante la sua vita, avvenne la cosiddetta “scoperta” del Deteuronomio che influenzò lo stile e le idee del suo libro.
Il libro di Geremia è il 30° della Bibbia e il più lungo dell’Antico Testamento, consta di 52 capitoli, ad esso va aggiunto il libro delle ‘Lamentazioni’, il 31°, tradizionalmente attribuito allo stesso Geremia, ma lo stile e certe caratteristiche, fanno pensare ad un autore successivo, che riassume il messaggio profetico di Geremia, seguendo così il suo influsso.
Collegato per continuità, viene il libro di Baruc, suo fedele segretario, il quale scriverà pagine biografiche sull’amara sorte del suo maestro, inviato da Dio ad annunziare la fine ad un popolo che si cullava nelle illusioni nazionalistiche, che praticava una religiosità arida, che era governato da indegni sovrani.
Particolarmente interessante è l’aspetto autobiografico dell’opera, il profeta vi rivela la sua anima, le sue incertezze, i suoi desideri, la sua adesione ad un’ingrata missione divina che gli costa sacrificio ed amarezza indicibili.
Certi oracoli del profeta sono violenti, spesso rivelano la sua sofferenza e la contraddizione della sua missione che è di giudizio e di condanna, mentre egli vorrebbe che fosse di conversione e di salvezza.
Viene perseguitato, incarcerato e malmenato, come traditore e disfattista, a motivo del suo messaggio profetico, che non aderiva ai progetti dei governanti, ma egli resta sempre fedele al suo dire. Forse appunto per questo la figura del profeta Geremia, è nella Bibbia quella che più si avvicina alla persona del Messia sofferente e perseguitato.
Il libro di Geremia fu scritto in parte almeno due volte; è giunto fino a noi in una forma notevolmente diversa nell’antica versione greca, rispetto all’originale ebraico che si possiede; esso si può dividere in quattro grandi parti: oracoli contro il regno di Giuda e Gerusalemme, cap. 1-25; oracoli contro le nazioni pagane; oracoli di salvezza e un futuro di speranza; la via dolorosa del profeta; più un’appendice sul crollo di Gerusalemme.
Il punto più alto del libro di Geremia è la profezia del cap. 31 v. 31-34, sulla nuova alleanza di salvezza, fondata sui valori interiori: “Ecco, verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda, io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.
Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.
Questa sarà l’eredità spirituale più preziosa di Geremia e che sarà raccolta dal cristianesimo.
In una delle ultime fasi dei tristi eventi che colpirono Israele, il profeta fu catturato dai suoi denigratori e portato in Egitto (dopo l’anno 586) dove morì; un’antica tradizione cristiana, afferma che Geremia sarebbe stato lapidato in Egitto dagli ebrei, esasperati dai suoi rimproveri.

Autore: Antonio Borrelli
Di Padre Claudio Traverso:

Il profeta Geremia e' uno dei piu' noti personaggi dell'Antico Testamento, grazie anche ai dettagli biografici che si trovano nel suo libro.
Nella maggior parte dei casi l'uomo e' subordinato al suo messaggio, per cui si sa ben poco del predicatore come individuo. Nel caso di Geremia la vita del predicatore e' talmente intessuta nel suo messaggio che e' difficile poter separare le due cose.
Geremia visse durante il periodo piu' buio della storia di Giuda, durante i regni di ben cinque re, terminato con la distruzione di Gerusalemme nel 587 A.C.
Egli promosse una riforma religiosa nazionale sotto il re Giosia riportando un parziale successo.
Alla morte di Giosia in battaglia gli successe un re che non ebbe la forza di sottrarsi al ricatto internazionale.
Geremia continuo' a predicare il suo severo messaggio di penitenza, esortando il popolo ad accettare la pesante mano di Dio come punizione per i propri peccati.
Per questo, accusato di disfattismo, passo' diversi anni in prigione. Gli si spezzo' il cuore al vedere il male dilagante attorno a lui, e verso' spesso cocenti lacrime per la situazione assurda in cui si trovava.
Quando la nazione alla fine fu conquistata dai Babilonesi, Geremia fu risparmiato e lasciato vivere tra le rovine di Gerusalemme, dove continuo' a predicare.
Da ultimo, portato in Egitto come ostaggio, mori' in esilio.
Geremia come profeta e' un simbolo di fede e di coraggio. Nel bel mezzo di terribili difficolta' egli continuo' a predicare con convinzione e con forza.
In effetti, era l'unico che si rendeva chiaramente di cosa stava succedendo. La sua dedizione alla chiamata di Dio era tale che egli non ebbe mai un momento di esitazione, qualsiasi prezzo dovesse pagare.
Per questo motivo Geremia e' un richiamo per tutti i tempi al comportamento richiesto in periodo di crisi.
Il fondamento del messaggio di Geremia e' il concetto di Dio come solo creatore e gestore dell'universo.
Dio opera secondo la sua volonta', conosce il cuore umano, aiuta coloro che che hanno fiducia in lui, ama il suo popolo.
Egli esige che il popolo risponda con l'obbedienza e con la fede, poiche' Dio sa cosa sta facendo.
Neppure la disperata situazione in cui Giuda era venuto a trovarsi sfuggiva alla sua conoscenza ne' esulava dai suoi piani.
Se Giuda avesse accettato solo Dio come Signore, se avesse accettato il suo giudizio, Dio a tempo debito si sarebbe mostrato il salvatore.
Un secondo punto sottolineato da Geremia e' la responsabilita' personale dell'uomo. Il popolo non poteva biasimare nessun altro, ma solo se stesso.
Alcuni cercavano di addossare la colpa dei loro guai agli antenati, alle nazioni confinanti, ai profeti che stigmatizzavano le loro colpe, perfino a Dio; ma mai a se stessi.
Geremia invece voleva che il popolo si rendesse conto che la restaurazione si puo' effettuare solo a patto che siamo disposti ad accettare la responsabilita' delle nostre azioni.
Siamo certamente influenzati da tutti questi fattori esterni, ma essi non possono essere addotti a giustificazione della nostra cattiva condotta.
Un altro punto sottolineato da Geremia e' la fiducia posta solo in Dio. Troppo a lungo il popolo ha posto la sua fiducia nella forza militare, nel denaro e perfino nella sua religiosita'.
Essi ritenevano che la semplice presenza alle funzioni religiose fosse sufficiente a conquistare il favore di Dio.
Percio' fu per loro un duro colpo sentirsi dire che a Dio non interessava sapere quanti soldi avessero o se "andassero in chiesa". Dio non sopporta rivali, diceva Geremia.
Infine Geremia avverso' la falsa religione e i falsi predicatori del suo tempo. La verita' deve essere insita nel nostro cuore.
Un giorno Dio avrebbe stretto una nuova alleanza con il suo popolo (31,31), un'alleanza che porra' la legge nel loro animo e la "scrivera' sul loro cuore", non su tavole di pietra.
Gesu' e' venuto a concludere tale alleanza e a stabilire la nuova religione per sempre.

Geremia fu profeta durante i 40 anni che condussero Israele dai tempi pii ed entusiasti della riforma di Giosia, alle ore tragiche in cui crollavano le illusioni di un popolo legato ai suoi sogni piu' che a Colui che solo poteva sollevarlo.
L'esperienza di Geremia e' quella di un osservatore che credeva l'uomo capace, grazie all'illuminazione e alle risorse che gli offre la sua religione, di salvarsi, e che scopre l'impossibilita' radicale di una tale salvezza.
Il peccato e' infatti troppo incarnato perche' questa salvezza possa essere realizzata senza un atto decisivo da parte di Dio.
La relazione di amicizia tra Dio e l'uomo e' irrimediabilmente compromessa e allora non resta che attendere questo intervento definitivo di Dio.
Denunciando tale stato di cose ne derivano per lui seccature, arresti ed anche pericolo di vita. E' il periodo dei due assedi di Gerusalemme. La sua azione, pero', portera' frutti durante l'esilio.
Nei suoi scritti meritano particolare attenzione il racconto autobiografico della sua vocazione (1) e i lamenti del profeta perseguitato (20,7-18); un discorso di rimproveri contro Israele ove si notera' un fiorire di simboli (2,1-13); il racconto della distruzione del Tempio (7,1-15) di cui il suo segretario Baruc ha raccontato le conseguenze (26); l'aperto conflitto fra il profeta e il re (36) e il suo arresto durante il secondo assedio di Gerusalemme (37,11-38,28); alcuni passi del messaggio di speranza che acquista pieno significato dopo la fine di Gerusalemme (31,2-9; 31,10-14; 31,31-34).
Geremia ha segnato tutta la riflessione biblica di una impronta profonda.
Il suo ricordo e' associato all'attesa messianica, anzi la comunita' cristiana non manchera' di cercare in lui l'aiuto a definire la figura del misterioso atteso Salvatore.
Geremia resta il tipo d'uomo impegnato a fondo in un patetico dialogo con Dio, dialogo da cui scaturisce il suo messaggio.
Il Dio di Geremia e' vicino.
Egli e' "con" Geremia, conversa con lui, ma e' nello stesso tempo Colui che mette alla prova un uomo sconvolto, incapace di resistere.
A causa dell'infedelta', dell'idolatria, Gerusalemme sara' distrutta e gli abitanti deportati. Questa prova e' per Geremia salutare.
Il profeta proclama annunci luttuosi ma non manca mai la speranza, perche' Geremia e' convinto di questo: l'impoverimento radicale del popolo portera' alla scoperta della sola ricchezza valida: l'alleanza con Dio.
Fondamentalmente Geremia resta il predicatore di una certa forma di poverta' in cui l'uomo, privato da tutto cio' che asseconda i suoi desideri e rassicura il suo cuore, viene a sentirsi spinto da una sola inquietudine: l'assenza di Dio, e bruciante di un solo desiderio: l'amicizia che Dio propone.

Il primo criterio di autenticita' di un profeta e' la sua vocazione.
I veri profeti sono dei chiamati e degli inviati da parte di Dio, non di rado contro le loro stesse disposizioni native, contro la loro stessa volonta'.
I falsi profeti non possono vantare le stesse credenziali (Ger 14,14), e ad Anania viene rivolto questo rimprovero: "Ascolta, Anania: il Signore non ti ha inviato !" (Ger 28,15).
Il secondo criterio è l'assoluta mancanza di interesse personale nell'esercitare la propria missione. Ma qui si delinea, proprio con Geremia, un grande tema che e' il piu' decisivo di tutti per stabilire quale sia la verita' nella profezia, cioe' il tema del profeta rifiutato e sofferente.
In pratica proprio l'insuccesso e il fallimento del profeta sono segni della sua autenticita', e non il contrario (Ger 15,10).
In Geremia, accanto al messaggio ci sono tantissimi riferimenti alle sue vicende personali. Ed e' per questa testimonianza personale che noi sappiamo che Geremia e' un vero profeta.
Non si tratta soltanto di una certa correttezza professionale, di una certa onesta': cio' che accredita il profeta e' la sua santita'.
L'ultimo criterio, anch'esso tipico di Geremia, e' la difficile distinzione fra la parola e il sogno. Si veda tutto il passo del "libretto contro i falsi profeti", che termina dicendo:
"Il profeta che ha avuto un sogno racconti un
sogno ma chi ha avuto la mia parola
annunzi la mia parola con verita'.
Che cosa ha in comune la paglia con il grano ?
Oracolo del Signore !
Non e' forse la mia parola come il fuoco
e come un martello che spacca la roccia ?"
(Ger 23,28-29).
Di fronte all'esperienza cosi' intensa, cosi' forte, che Geremia ha fatto della Parola di Dio (come un fuoco ardente, come un martello), il sogno ha la leggerezza della paglia: fantasia, inganno del cuore.
Geremia e' il piu' grande testimone di questa autoanalisi profetica per separare il vero dal falso, il prezioso dal vile, che e' indispensabile per far emergere la verita' dalla fantasia.
Una verita' che, forse, non esiste mai allo stato puro, ma e' sempre inseparabile dal prezzo che dobbiamo pagare per essa: e' sempre inseparabile dalla nostra testimonianza personale.
Ezechiele


Nella chiesa latina il suo culto è stato introdotto presto, al 10 aprile già dal martirologio di Beda. Il Martirologio Romano conferma la data ricordando dettagli sulla morte e sulla sepoltura del profeta quale quello, ripreso da antica tradizione, che vuole Ezechiele ucciso in Babilonia da un capo del popolo di Israele, capo da lui ripreso per la sua idolatria.
Ezechiele viene considerato il profeta che fa da ponte tra due diverse epoche della storia d'Israele, quella pre-esilica e quella post-esilica; è situato tra Geremia e Daniele; la sua attività sociale e religiosa si svolge fra i deportati, in particolare a Tell-Abib o Colle delle spighe.
Egli stesso descrive le sue vicissitudini: nel 597, quando aveva circa venticinque anni, venne deportato da Nabucodonosor in Babilonia insieme a diecimila persone fra le quali il re Ioakin, la corte, notabili, sacerdoti, artigiani. Dalla bocca di Ezechiele gli esuli, sistemati lungo il gran canale fra Babilonia e Nippur a coltivare i campi, ascoltavano i messaggi di Iahweh.
Questi messaggi si traducono, attraverso profezie e visioni, in verità eterne raccordate alla storia concreta di quei tempi: la maestà e l'onnipotenza di Dio infinita e universale che si stende anche qui sui deportati; la potenza e la giustizia di Dio fino alla distruzione nel 586 di Gerusalemme e dello stesso Tempio; la profonda misericordia di Dio che impone il pentimento e la conversione.
Delle molteplici visioni di Ezechiele alcune sono state ripetutamente rappresentate in opere d'arte. Fra di loro è singolarmente significativa quella, grandiosa, del campo cosparso di ossa secche che al soffio di Dio riprendono vita rivestendosi di carne. Se per i Giudei tale visione è simbolo della sicura restaurazione nazionale a gloria di Dio e a dimostrazione della sua potenza, per i Cristiani è assurta a simbolo della resurrezione della carne nell'ultimo giudizio.

Autore: Mario Benatti



Di Padre Claudio Traverso:

Ezechiele nacque verso la fine del regno di Giuda, forse attorno al 620 A.C. Apparteneva a una famiglia sacerdotale, ma ricevette da Dio la vocazione di profeta.
Fu deportato in Babilonia nel 597 A.C. assieme al re Ioiachin e si stabili' nel villaggio di Tel-Aviv sul fiume Chebar.
Cinque anni piu' tardi ricevette la chiamata formale alla missione di profeta per rincuorare i Giudei in esilio e quelli rimasti a Gerusalemme, anche se non pote' mai piu' visitare la citta'.
Non sappiamo a che eta' mori', ma solo che era vivo 22 anni piu' tardi (29,17).
Dapprima il messaggio di Ezechiele fu respinto, ma quando giunse la notizia che Gerusalemme era caduta, il popolo comincio' ad ascoltarlo: le profezie di Ezechiele si erano avverate (33,21).
Quindi si dedico' a predicare la futura restaurazione, come prima aveva predetto l'imminente castigo di Dio sulla nazione.
Ezechiele era una personalita' straordinaria almeno per tre aspetti.
Primo, era dotato di una fervida fantasia, evidente nella descrizione che fa di esseri celesti e dell'era che verra'.
Secondo, possedeva doni soprannaturali che gli consentivano di vedere in dettaglio gli eventi che si verificavano a Gerusalemme, distante quasi 2.000 Km.
Terzo, era un uomo di grande coraggio e determinazione. Non si scoraggio' al vedere che il suo messaggio non veniva recepito, ma continuo' a predicare la verita'. Quando alla fine i fatti gli diedero ragione, non ne provo' soddisfazione, ma continuo' a svolgere la missione affidatagli da Dio.
Come profeta della nazione, Ezechiele scelse un compito particolare: vedeva se stesso come pastore, guardiano e difensore di Dio.
Nella veste di pastore il suo compito era quello di vegliare sul popolo, guidandolo dall'interno. Vedeva se stesso come simbolo del Grande Pastore che doveva venire, il Messia, Gesu' Cristo.
Come guardiano doveva avvertire il popolo dell'imminente giudizio di Dio. Come la sentinella scruta nella notte per avvertire dell'avvicinarsi del nemico, cosi' Ezechiele scrutava nel buio dei tempi e lanciava l'allarme dell'incombente castigo di Dio.
In qualita' di difensore di Dio, egli sosteneva che la nazione era caduta non perche' Dio fosse debole, ma a causa dei peccati del popolo.
Al centro del messaggio di Ezechiele c'e' la trascendenza di Dio.
La visione introduttiva del profeta, con la sua ricchezza di strane immagini e figure, sottolinea questo concetto.
Dio e' talmente al di sopra delle sue creature che le parole non bastano a descriverlo adeguatamente. Percio' sono necessarie strane figure retoriche per far capire che Dio e' superiore a tutto il creato.
Ezechiele ha dato fondo ai suoi poteri descrittivi per spiegare chi e' Dio.
E' interessante notare che al termine della sua magnifica visione nel capitolo introduttivo, si prostro' con la faccia a terra davanti al Signore in adorazione.
Ezechiele sottolinea inoltre lo Spirito di Dio. Gli altri profeti, per far risaltare la presenza e l'attivita' di Dio, usano l'espressione "la parola del Signore".
Ezechiele dice che e' lo Spirito di Dio che lo guida. E lo Spirito guida Ezechiele perche' egli trasmetta al popolo un messaggio che lo portera' a Dio.
Il loro problema, infatti, era quello di aver perso i contatti con Dio, di non conoscere piu' Dio. Non e' che non ne avessero sentito parlare, ma non lo conoscevano piu' personalmente.
Conoscere Dio in questo senso significa riconoscere la sovranita' di Dio sulla storia e su noi stessi: Dio deve essere riconosciuto come nostro Dio.
Ezechiele porta anche un messaggio di giudizio. Poiche' Giuda ha peccato contro Dio, il castigo di Dio non puo' essere differito.
Giuda aveva disobbedito alle leggi di Dio, profanato il Tempio, trascurato il Sabato, accettato l'impurita' e la contaminazione, stretto alleanze con popoli stranieri. Per questo doveva essere punito.
Infine Ezechiele porta un messaggio di speranza. La nazione si sarebbe risollevata dalle ceneri della sua distruzione come un morto risuscita dalla tomba.
Questa speranza e' vividamente raffigurata nella visione delle ossa aride (c.37).
E' in arrivo una nuova era, nella quale Dio regnera' sovrano.

Lo schema del libro di Ezechiele e' il seguente:
1) Profezie di distruzione per Giuda e Gerusalemme 1,1-24,27
2) Messaggi alle nazioni straniere 25,1-32,32
3) Rinascita della vita e l'era ideale 33,1-39,29
4) Il nuovo Tempio e la nuova era 40,1-48,35

Di particolare interesse sono i seguenti passi: il racconto di vocazione (2,1-21), profezie in azione (4,1-5,6; 12,1-20); l'allegoria del Buon Pastore (34,11-31): Dio si preoccupa del suo popolo come un pastore del suo gregge; l'allegoria delle ossa aride (37,1-14), risurrezione simbolica di Israele.

Ezechiele e' stato il piu' grande profeta dello Spirito nell'Antico Testamento.
Lo Spirito lo "solleva" e lo "trasporta", come faceva per Elia, senonche' in Ezechiele questo antico linguaggio carismatico si riferisce a una esperienza spirituale molto meglio precisata, cioe' alla visione (cf. 8,3; 11,11; 40,1-2)... dove questo vedere "al di la' delle cose", al di la' del presente, questo sguardo sull'invisibile e' attribuito a un'operazione dello Spirito.

La visione teologicamente piu' complessa ed elaborata, piu' affascinante e misteriosa, e' senza dubbio quella inaugurale, cioe' la visione del carro del Signore.

Vediamo di che si tratta.

Ezechiele vede anzitutto quattro "esseri viventi".
Di essi il cherubino e' un'astrazione, una fantasia, un ideale che assomma il massimo delle energie vitali: l'intelligenza dell'uomo, la rapidita' dell'aquila, il coraggio del leone, la forza del toro.

I quattro esseri viventi che vede Ezechiele sono, piu' o meno, dello stesso tipo: hanno mani d'uomo, ali di aquila e zoccoli di vitello.
Quanto alla faccia, ne hanno quattro: una di uomo, una di leone, una di toro e una di aquila, di modo che ogni faccia e' rivolta verso una diversa direzione.
Questo conferisce loro una straordinaria mobilita', perche' possono andare dovunque li porti lo Spirito, senza bisogno di voltarsi (cf. Ez 1,12). Anche il resto del carro e' animato e dotato di estrema rapidita'.
Fuori di metafora il messaggio e' che Dio, viaggiando su questo carro, e' Onnipresente in ogni istante (1,20-21; cf. 10,17).
Quello che Ezechiele descrive in realta' non e' altro che un movimento spirituale. Il profeta non ci sta parlando di esseri mostruosi o fantasmagorici: ci descrive il "carro", che rappresenta il trono mobile di Dio, e quindi ci introduce nel mistero di Dio. Ezechiele ci sta parlando della vita divina e del principio che la anima, e questo e' lo Spirito che da' la vita, il "soffio vivificante".
Il dono di un cuore nuovo e' un'operazione dello Spirito di Dio (36,26ss): il dono dello Spirito che purifica come l'acqua, che rimette i peccati, che istruisce l'uomo nei comandi di Dio, che lo fa vivere secondo la sua volonta'.
Geremia aveva gia' detto, piu' o meno, queste stesse cose, profetizzando il dono di una nuova alleanza. Ma Geremia non aveva ancora esplicitato quale fosse il principio teologico di questo rinnovamento: lo Spirito vivificante.
E' quello che invece ha fatto Ezechiele non solo nella visione inaugurale del suo ministero, della sua vocazione (Ez 1), ma ancora di piu' nella piu' famosa delle sue visioni: quella delle ossa aride, o della risurrezione.
Qui, di nuovo, riconosciamo quello Spirito datore di vita che Ezechiele ha contemplato fin dall'inizio.
Ezechiele e' dunque il profeta che ha posto il vero fondamento di una teologia spirituale, o di una vita secondo lo Spirito.
Daniele


Non esiste ragione fondata per dubitare dell'esistenza storica di Daniele e dei fatti e delle visioni a lui attribuite, sia che si ammetta essere Daniele stesso all'origine delle tradizioni orali o scritte, raccolte dal redattore del sec. II, sia che si preferisca un'origine alquanto posteriore, ma sempre vicina alle tradizioni e ai tempi di Daniele (sec. VI). Lasciando come dubbia, o almeno non dimostrata, l'identità del profeta col Daniele di Ez. (14,14,20; 28,3), nominato tra Noè e Giobbe e lodato per la sua giustizia e sapienza, limitiamoci alle notizie del libro.
Daniele, l'ultimo dei quattro profeti detti maggiori, giudeo, nato probabilmente a Gerusalemme da famiglia nobile, forse imparentata coi re di Giuda, fu deportato a Babilonia da Nabucodonosor, insieme con altri giovani dello stesso rango sociale, nell'anno terzo o quarto di Ioakin, re di Giuda, cioè il 606-605 a.C.
A Babilonia fu scelto con altri tre giovani nobili giudei (Anania, Azaria e Misaele) per essere ammesso, dopo una conveniente preparazione di tre anni nella lingua e negli usi dei Caldei, alla corte del re, per assolvere incarichi ufficiali onorifici. Secondo l'uso, fu loro cambiato il nome: a Daniele, che poteva avere allora dai quindici ai venti anni, si diede quello di Baltassar. Con i suoi compagni fu presentato al re al quale fece ottima impressione, non solo per la sua prestanza fisica (conservata malgrado l'astinenza dal vino, dalla carne, e da altri cibi prelibati che gli venivano offerti dalla mensa del re e che egli, per amore della Legge, gentilmente rifiutava), ma soprattutto per le doti di spirito che in lui il re poté ammirare quando, avendolo esaminato, trovò scienza e intelligenza dieci volte superiori a quelle di tutti i suoi magi e indovini (Dan. 1, 20). Ammesso pertanto alla corte, dopo che ebbe dato saggi non equivocabili, anzi, sbalorditivi, della sua rettitudine, fu fatto principe di Babilonia e prefetto su tutti i sapienti del regno; dietro sua richiesta, anche i compagni (Anania, Azaria e Misaele) ebbero posti onorevoli e cariche di responsabilità nella provincia, mentre egli rimaneva a palazzo presso il re (Dan. 2, 46-49).
Il primo saggio della sua probità e saggezza sembra sia stato dato da Daniele nella causa di Susanna: ella fu sottratta alla morte a cui era stata ingiustamente condannata, e la sentenza si ritorse contro i due giudici disonesti dopo che essi erano stati convinti pubblicamente da Daniele della loro falsa testimonianza contro l'innocente. Daniele è presentato in questo episodio in giovane età (Dan. 13, 45), circostanza che rende tanto più ammirevole la sua maturità di giudizio, in contrasto con la fatuità e corruzione dei due giudici anziani. Come questo suo intervento nel caso di Susanna gli acquistò fama presso il suo popolo, cioè gli esuli giudei, il cui numero era nel frattempo aumentato con la seconda deportazione del 598, così l'interpretazione del sogno di Nabucodonosor sulla grande statua plurimetallica, abbattuta dalla piccola pietra staccatasi dal monte, lo rese celebre tra i babilonesi e onorato della piena fiducia del re tra i principi della corte. Il Dio d'Israele è glorificato come Dio sommo, che solo ha la sapienza delle cose occulte e la comunica ai suoi servi fedeli, come Daniele (Dan. 2, 47).
Era l'anno dodicesimo di Nabucodonosor (=593), quando Daniele, allora tra i ventisette e i trent'anni, si affermò quale oracolo di Dio, favorito dalla scienza dei segreti, superiore di gran lunga a quella di tutti i magi, indovini, saggi e caldei di Babilonia. Egli non fu coinvolto nell'accusa dei babilonesi mossa contro i suoi tre compagni, Anania, Misaele e Azaria, per non aver voluto adorare la statua del re, ma la pena della fornace ardente, loro inflitta, dovette affliggerlo grandemente, vedendo che quello stesso ufficio onorifico di prefetto della provincia di Babilonia, concesso loro dal re per sua mediazione (Dan. 2, 49), era stato occasione di disgrazia: tuttavia l'esito felice di quella prova mutò la tristezza in gaudio e poiché i suoi compagni, scampati al fuoco, riebbero le loro cariche (Dan. 3, 97), il Dio di Israele fu riconosciuto con regio decreto come l'unico Dio vero, capace di salvare coloro che credono in lui (Dan. 3, 96).
Pochi anni dopo Daniele interpretò un altro sogno di Nabucodonosor, quello del grande albero rigoglioso, abbattuto e reciso, che risorse dalle radici con la magnificenza di prima. Daniele, chiamato dal re, gli spiegò il senso di quel sogno, invano cercato dai sapienti: l'albero è simbolo dello stesso re, che per la sua superbia sarà privato della gloria regia e ridotto allo stato umiliante di una bestia fino a che non riconoscerà che l'Altissimo detiene il dominio sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole (Dan. 4, 21 sg.). Per mitigare alquanto questo annunzio così severo e terrificante Daniele, da buon amico, consiglia al re di procacciarsi la divina clemenza con opere buone e con la pietà verso i poveri (Dan. 4, 24).
Nuova prova dello spirito di sapienza ricevuto da Dio la diede Daniele nello svelare il senso delle enigmatiche parole Mane' Thecel, Phares nella cena di Baltassar, il quale nella lunga assenza di suo padre Nabonide, ne teneva le veci a Babilonia: questa cena di gala con tutti i principi e dignitari di corte, con le mogli e concubine, era un affronto alla religione dei giudei, in quanto in essa si faceva uso dei vasi sacri del Tempio di Gerusalemme. L'orgia si arrestò, però, alla vista della mano misteriosa che scriveva sul muro segni ignoti. I sapienti, magi e indovini, chiamati dal re, non furono capaci di decifrare la scrittura. Allora, su consiglio della regina, fu introdotto Daniele, che dopo aver rifiutato i sommi onori e i regali che il re gli prometteva, lesse e interpretò le fatidiche parole, che contenevano la sentenza di Dio sulla fine di Baltassar e del suo impero, sentenza che si compì quella stessa notte, subentrando l'impero persiano a quello babilonese (538).
Le visioni profetiche, sia quelle coi tratti apocalittici di bestie simboliche, raffiguranti i diversi regni della terra fino all'avvento del Regno di Dio (capp. 7-8), il cui tempo è approssimativamente indicato (cap. 9), sia quelle che, senza simboli, parlano direttamente degli stessi regni e dei loro re, senza però nominarli (capp. 10-11), e quella ultima che annunzia la fine dei tempi (cap 12), sono tutte messe in bocca a Daniele che parla in prima persona e riceve da un angelo (Gabriele) la spiegazione delle visioni avute.
Per muovere Dio a clemenza, Daniele affligge se stesso col digiuno. indossa gli abiti di penitenza e confessa i peccáti suoi e quelli del popolo, riconoscendo la giustizia di Dio in tutto quel che si patisce. Implora misericordia, pregando Dio di affrettare il suo aiuto, per amore del suo santuario, che da tanto tempo è desolato, e per riguardo a se stesso, fedele alle sue promesse. In risposta alla sua accorata preghiera, Dio gli manda l'angelo Gabriele con un messaggio di consolazione.
Daniele, sopravvissuto al crollo dell'impero neo-babilonese (539-38), vide ancora i primi anni del nuovo impero persiano: la sua ultima visione è datata dall'anno terzo di Cliro (536), quando egli, nato verso il 620, era già più che ottantenne. I Greci, presso i quali la festa è al 17 dicembre, lo ricordano insieme con altri santi dell'Antico Testamento la domenica precedente al Natale.

Autore: Teofilo Garcia de Orbiso




Di Padre Claudio Traverso:


Il nome Daniele significa "Dio e' il mio giudice".
Era di discendenza regale, forse apparteneva a una famiglia nobile di Gerusalemme. Fu deportato in Babilonia da Nabucodonosor durante il regno di Ioakim, percio' prima della caduta di Gerusalemme nel 587 A.C.
Essendo stato riconosciuto come un giovane promettente, fu educato alla corte babilonese assieme agli altri giovani cortigiani. Il suo corso di studi comprendeva lingue e scienze, probabilmente in preparazione alla carica di funzionario del regno.
Durante il periodo di preparazione gli fu concesso di seguire una dieta vegetariana e bere acqua anziche' servirsi della mensa reale con cibi ricchi e vino.
L'impegno dimostrato da Daniele lo rese ben presto migliore dei suoi condiscepoli babilonesi.
Nel secondo anno del suo regno Nabucodonosor ebbe un sogno che solo Daniele fu in grado di interpretare. Grazie a cio' fu nominato capo degli scienziati babilonesi (maghi).
Dopo la morte di Nabucodonosor (562 A.C.) sembra che Daniele abbia perso il suo posto a causa del cambiamento di governo. Durante il regno di Baldassar, tuttavia, troviamo di nuovo Daniele nella carica di Terzo Governatore, in seguito all'interpretazione di alcune scritte misteriose apparse sulla parete durante un banchetto.
Daniele rimase poi in carica anche durante i successivi regni di Dario e di Ciro di Persia.
Era evidentemente una persona intelligente e retta, stimata anche dai regnanti pagani. Era protetto da Dio in modo miracoloso, e percio' fu in grado di scrivere un libro come questo.
Dei suoi ultimi anni e della sua morte non sappiamo nulla.
Se si considera il suo contenuto, il libro di Daniele si divide in due parti.
I capitoli 1-6 sono racconti: Daniele e i suoi tre compagni al servizio di Nabucodonosor (c.1); il sogno di Nabucodonosor: la statua (c.2); l'adorazione della statua d'oro e i tre compagni di Daniele nella fornace (c.3); la follia di Nabucodonosor (c.4); il banchetto di Baldassar (c.5); Daniele nella fossa dei leoni (c.6).
In tutti questi casi, Daniele o i suoi compagni escono trionfanti da una prova dalla quale dipende la loro vita, o almeno la loro reputazione, e i pagani glorificano Dio che li ha salvati.
Le scene avvengono in Babilonia sotto i regni di Nabucodonosor, di suo figlio Baldassar e del successore di questi, Dario il Medo.
I cc. 7-12 sono visioni, di cui Daniele e' il beneficiario: le quattro bestie (c.7); il capro e il montone (c.8); le quaranta settimane (c.9); la grande visione del tempo della collera e del tempo della fine (cc.10-12). Esse sono datate dai regni di Baldassar, di Dario il Medo e di Ciro re di Persia.
Il libro e' destinato a sostenere la fede e la speranza dei giudei perseguitati da Antioco Epifane. Daniele e i suoi compagni vengono sottoposti alle stesse prove, ma ne escono vincitori e gli antichi persecutori devono riconoscere la potenza del vero Dio.

Lo schema del libro e' il seguente:

1) Vita in Babilonia 1,1-21
2) Prime visioni in Babilonia 2,1-6,29
3) Visioni di Daniele relative agli imperi del mondo 7,1-8,27
4) Visioni di Daniele relative alla storia e alla salvezza 9,1-12,13

Il libro di Daniele consiste principalmente in una serie di sogni profetici e di visioni. Vi si trova anche materiale storico, ma solo come sfondo.

Daniele interpreto' il primo sogno di Nabucodonosor (2,1-49) nel senso della caduta di quattro grandi regni. Il secondo sogno di Nabucodonosor (4,1-37) mette in evidenza la vanita' e l'orgoglio di questo re.
Il sogno di Daniele (7,1-28) richiama il primo sogno di Nabucodonosor, con la differenza che i quattro regni del mondo sono rappresentati da bestie fantastiche anziche' dai diversi metalli che componevano la gigantesca statua.
In questo sogno compare per la prima volta una figura chiamata "figlio dell'uomo" (7,13). Nel Nuovo Testamento Gesu' usa questa espressione riferendola a se stesso.
Daniele ebbe un'altra visione (9,24-27), forse la piu' importante di tutto il libro, che parla di un tempo in cui l'opera di Dio sara' completata. Molti vedono questa profezia avverata in Cristo, colui che ha espiato per le nostre iniquita' e portera' giustizia eterna.
Daniele ebbe altre visioni (8,1-27; 11,2-20; 11,21-12,3), anch'esse profetiche, che riguardano gli avvenimenti della storia del mondo.

Il messaggio di Daniele e' la lotta tra Dio e il male nell'opposizione degli imperi al popolo eletto. Tutta una lunga successione di fronteggiamenti, che la storia aveva simbolizzato o descritto dalle origini di Adamo fino alle invasioni di Assiria e Babilonia.
Risuonano ancora le parole dei profeti: le nazioni pagane, anche quando Dio le utilizza per castigare il suo popolo, sono destinate alla rovina mentre Israele viene salvato (cf. Am 1-2; Is 14,24-27; Sof 1-2; Ger 12,14; Ez 25-32; Gl 4,1-17).
La risurrezione dei morti (Dn 12,2) era stata confusamente evocata nell'apocalisse di Isaia (26,19) e di Ezechiele (34,11-14). La parola "apocalisse" significa rivelazione (cf. Apocalisse di San Giovanni, l'ultimo libro della Bibbia).
Anche i simboli cosi' familiari a Daniele, grande albero abbattuto, leoni, leopardi, capri, arieti hanno riferimento a testi piu' antichi dei profeti. E il roccione da cui si stacca la pietra che butta giu' la statua (Dn 2,44-45) non sarebbe altro che quello di Isaia 17,10 e del Deuteronomio 32,4-15, cioe' Dio stesso.

Tutti questi contributi del passato sono stati raccolti, sfruttati, valorizzati da parte dell'autore di Daniele. La sintesi che ne risulta e' l'opera di uno scrittore fortemente originale.
E tale e' la ricchezza concentrata in questo blocco di storia profetica, in cui la situazione presente si aggancia a tanti fatti anteriori, che non si esita a intravvedere l'avvenire.
La lotta tra il bene e il male continuera' di secolo in secolo fra la citta' di Dio in costruzione e la citta' del diavolo destinata alla distruzione.

L'Apocalisse di San Giovanni, rifacendosi a Daniele, ci presenta una visione delle prove che la chiesa primitiva ha sopportato.
Ma non si puo' dubitare del trionfo finale di Dio su tutte le potenze del male.
Importanti in Daniele anche alcuni riferimenti messianici: 7,13-14 (cf. Mt 8,20).
Il Messia di Dio, Gesu', fa parte essenziale del piano di salvezza per l'umanita': Daniele ebbe un presentimento di questo mistero di redenzione.