Profeti minori
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Il ‘Martirologio Romano’, ricorda al 17 novembre il profeta Osea, l’ebraico Hoseah, il cui nome significa “salvato dal Signore”.
Osea apre nella Bibbia la serie dei cosiddetti “Profeti Minori”, ma in realtà la sua è una testimonianza di alto profilo e si basa su un’esperienza personale e familiare, che viene presa a simbolo religioso per tutto il popolo ebraico.
Contemporaneo del profeta Amos, Osea visse e operò nel regno settentrionale d’Israele, di cui era anche originario, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C.; più precisamente predicò al popolo la Parola di Dio, in un periodo di tempo racchiuso tra il 750 e il 754 a.C., mentre si maturava la rovina di quel regno scismatico (721 a.C.) che si era separato dal regno di Giuda, dopo la morte di Salomone (931 a.C.).
Figlio di Beeri, Osea scrisse i suoi oracoli profetici al tempo di Ezechia re di Giuda e di Geroboamo II re d’Israele; il libro omonimo consta di 14 capitoli, i cui primi tre, sviluppano la sofferta storia personale e familiare del profeta.
Dietro ordine di Dio, egli sposò una prostituta di nome Gomer, figlia di Diblaim (forse era una sacerdotessa dei culti della fertilità a sfondo sessuale, del dio Baal dei cananei), dalla quale ebbe tre figli dai nomi simbolici, il primo Izreel, dal nome della città dove abitavano d’estate i re d’Israele; la seconda figlia ebbe il nome chiesto da Dio di “Non-amata” e il terzo il nome sempre dettato da Dio, di “Non-popolo-mio”.
E la situazione familiare di Osea sarà il filo conduttore di tutto il Libro, perché la moglie Gomer, pur essendo amata dal profeta, dopo qualche tempo riprese a prostituirsi con numerosi amanti, abbandonando il marito ed i figli; i cui nomi simbolici riflettono la dolorosa situazione familiare.
Ma l’amore di Osea per la moglie infedele, gli fa superare il furore che ne scaturiva, convincendo Gomer a ritornare in famiglia dove c’era amore e perdono; nel capitolo 3 egli descrive così la ricongiunzione:
[Il Signore mi disse: “Và di nuovo, ama la donna amata da suo marito, benché adultera, come il Signore ama i figli d’Israele, benché essi si volgano verso altri dei e amino le schiacciate di uve passe”. Io dunque me la comprai per quindici pezzi d’argento e una misura e mezza di orzo. Poi le dissi: “Per un lungo periodo rimarrai al tuo posto con me, non ti prostituirai e non sarai di un altro e neppure io verrò da te”.
Perché per un lungo periodo i figli d’Israele saranno senza re e senza principe, senza sacrificio e senza stele… Dopo ciò i figli d’Israele si convertiranno, cercheranno il Signore loro Dio e Davide loro re, trepidanti accorreranno al Signore e ai suoi beni, alla fine dei giorni].
È evidente il parallelismo tra Dio e il popolo d’Israele, che come una moglie infedele ha provocato le ire del suo Sposo divino; per la prima volta nella Bibbia, Dio viene esaltato come lo Sposo del suo popolo, perché l’alleanza che lo lega ad esso, è un patto d’amore.
Il profeta Osea nei capitoli successivi, condanna le classi dirigenti d’Israele, i re che hanno fatto scelte laiche e mondane e i sacerdoti che hanno abbandonato lo zelo, trascurando il loro ministero, portando il popolo alla rovina.
Egli si scaglia contro le violenze e le ingiustizie, soprattutto contro l’infedeltà religiosa, ma poi il profeta, con pagine di eccezionale vigore, descrive l’amore di Dio con mirabili accenti di intimità e tenerezza, che sebbene tradito, continua vivo e pieno di sollecitudine, al fine di ricondurre a sé il popolo infedele.
A partire da Osea, la raffigurazione dell’alleanza tra Jahvé e Israele, non sarà più modellata, come al Sinai, sulla base di un rapporto tra un re e un suo vassallo, cioè un rapporto ‘politico’ tra due personaggi; viene invece rappresentata come una relazione d’amore tra due sposi, con aspetti di comunione, spontaneità, intimità; tema che verrà ripreso dai profeti successivi, sia pure in forme diverse, costituendo un simbolismo efficace anche per il Nuovo Testamento.
Al di là del simbolismo, con cui Osea ha scritto il suo oracolo profetico, per richiamare l’infedele popolo d’Israele, gli studiosi sono concordi nel ritenere vere le disavventure familiari del profeta, che egli trasfigura facendole diventare una parabola dell’intera vicenda del popolo, che di fronte all’amore fedele da parte del Signore, la “sposa” Israele, aveva risposto con l’infedeltà dell’idolatria cananea, definita appunto come prostituzione e adulterio.

Autore: Antonio Borrelli


Di Padre Claudio Traverso:

Schema del libro del Profeta Osea:
1) Vita di Osea come profezia 1,1-3,5
2) Messaggio di giudizio su Israele 4,1-13,15
3) Promessa di benedizione a patto che Israele si penta 14,1-10

Osea esercito' il ministero profetico nel regno di Israele per circa 50 anni, nell'8° secolo A.C.
La sua predicazione era iniziata durante il regno di Geroboamo II, ed era quindi contemporaneo di Amos, anch'egli attivo nel regno di Israele, e di Isaia e di Michea che predicavano nel regno meridionale di Giuda.
Osea visse fino alla caduta della sua nazione per opera degli Assiri nel 722 A.C.
La sua sfortunata vita famigliare gli servi' da tragico modello per il suo messaggio profetico.
Aveva sposato una donna, Gomer, con i piu' alti ideali di matrimonio.
In Os 1,2 riferisce: "…prenditi in moglie una prostituta", ma cio' e' detto con il senno di poi, in considerazione di cio' che era diventata, non di come fosse al momento del matrimonio.
Se fosse stata impura al momento del matrimonio, l'analogia con Israele non reggerebbe, poiche' all'inizio Israele era fedele e fu solo in seguito che si prostitui', come aveva fatto Gomer.
Il primo figlio che gli nacque lo chiamo' simbolicamente Izreel, con riferimento all'imminente castigo su Israele.
La secondogenita, una bambina chiamata Non-amata, non era figlia di Osea, ma di padre rimasto sconosciuto.
Neppure il terzogenito di Gomer, chiamato Non-mio-popolo, era figlio di Osea.
Riflettendo sulle disgrazie della sua situazione famigliare, Osea pensava alla sofferenza che la sua infedele nazione aveva inflitto a Dio.
Tuttavia, come Osea aveva amato Gomer nonostante le sue infedelta', cosi' Dio amava Israele.
Dopo sei anni di matrimonio, Gomer lascio' la casa per diventare una prostituta. Anche allora pero' Osea non cesso' mai di amarla. Gomer era caduta talmente in basso da meritare di essere venduta come schiava. Per evitare cio', Osea pago' il prezzo del riscatto e se la riporto' a casa.
Il libro si puo' dividere in due parti di diversa lunghezza. La prima parte, cc. 1-3, e' principalmente biografica e tratta della turbolenta vita famigliare di Osea.
Il filo del discorso e' difficile da seguire perche' la narrazione passa da Osea, che si rivolge alla moglie, a Dio che si rivolge alla nazione e i due argomenti si intrecciano.
La seconda parte, cc. 4-14 contiene messaggi, riflessioni, profezie, note per prediche, commenti e previsioni di castighi.
Poiche' non sono datati, e' difficile stabilire se questi messaggi siano stati pronunciati prima o dopo la caduta di Samaria nel 722 A.C.. Probabilmente alcuni sono precedenti, altri successivi a tale data.
Il messaggio spirituale di Osea mette in risalto l'instancabile amore di Dio, che continua ad aver cura del suo popolo nonostante tutte le provocazioni immaginabili e possibili.
Per Dio non c'era piu' motivo di continuare ad amare il suo popolo; se lo fece, era solo perche' il suo amore e' senza limiti. Una commovente immagine di questo amore si trova in Os 11,1-4.
Un secondo tema del libro di Osea e' quello dell'iniziativa di Dio nei confronti del suo popolo. La grazia e' misericordia offerta a quelli che non la meritano. In questa categoria rientrano tanto Gomer quanto Israele.
Terzo, Osea sottolinea la realta' e l'enormita' del peccato di Israele. Non sottovalutava il fatto che il comportamento di Gomer e di Israele era decisamente riprovevole e che tale condotta non poteva essere ignorata in nome di un sentimentalismo scambiato per amore.
Il vero amore si rende conto di cio' che e' realmente in questione e chiama le cose per nome. Cio' che Israele e Gomer facevano era peccato e alla fine li avrebbe portati alla rovina.
Quarto, lo sbaglio fondamentale di Israele consisteva nell'avere abbandonato la conoscenza di Dio (4,6). In questo contesto di conoscenza significa "capire", non un semplice ricordo di fatti.
Israele era molto lontano dal capire Dio, come Gomer era lontana dal capire Osea.
Quinto, il rinnovamento deve essere preceduto dal pentimento. Dio chiedeva a Israele di riconoscere il suo peccato e di far ritorno a Lui.
Gioele


Il nuovo ‘Martyrologium Romanum’ ha spostato al 19 ottobre la celebrazione liturgica di s. Gioele, che nel passato nella Chiesa latina, era ricordato al 13 luglio.
È uno dei dodici profeti minori, le cui profezie sono contenute nel breve libro biblico che porta il suo nome e che è anche l’unica fonte da cui si può ricostruire qualche notizia che lo riguarda.
Gli studiosi, hanno supposto che l’epoca della sua esistenza sia l’inizio del V secolo a.C. perché nel suo libro non si fa menzione di notizie storiche certe, non parla delle grandi potenze dell’epoca come la Samaria, l’Assiria e Babilonia, quindi si pensa che fossero già tramontate.
Egli cita come nemici d’Israele, l’Egitto e l’Idumea, ma in particolare i Fenici ed i Filistei che vengono accusati di vendere i figli di Giuda (ebrei) come schiavi ai Greci.
Accenna alla dispersione del popolo ebraico fra le altre nazioni e la frammentazione del suo territorio; non nomina un re e le funzioni di guida, nei suoi scritti, sembrano affidate agli “anziani” ed ai sacerdoti.
Nomina il Tempio, però mancano le offerte per i sacrifici¸ quindi tutto fa pensare ad un’epoca di grande povertà e ad un Israele, ridotto di numero di abitanti e di importanza; perciò gli studiosi hanno pensato all’epoca dell’occupazione persiana della Palestina, nel V secolo a.C.
Si suppone che fosse di stirpe sacerdotale, perché parla spesso di offerte sacre, di offerte nel Tempio e di sacerdoti, ai quali si rivolge con una certa autorità; esercitò nel territorio di Giuda e più particolarmente a Gerusalemme, ai cui abitanti si rivolge nel libro.
Alla base della profezia di Gioele vi è sicuramente una calamità naturale verificatasi proprio in quei tempi; una enorme invasione di cavallette, come solo in Oriente se ne può vedere, aveva devastato i campi della Giudea, portando miseria e fame alla popolazione.
Il profeta interpretando questo flagello, come castigo inviato da Dio, ritiene che sia necessario invitare tutto il popolo a fare penitenza ed a chiedere il perdono dei propri peccati. Ma ciò non basta a placare l’ira di Dio e Gioele vede approssimarsi un altro flagello, più terribile del precedente, descritto come un immenso esercito di soldati nemici, più numeroso delle cavallette.
È il “giorno del Signore” o il giorno della vendetta che si avvicina, il profeta incita di nuovo alla penitenza (2, 12-17) e finalmente l’ira di Dio si placa. Il flagello viene scongiurato, la terra ritorna fertile ed Israele riconosce in Iahweh il suo Dio; questo riconoscimento è come una conversione gradita a Dio, che ricambia con la promessa di favori straordinari, assicurando che quando verrà il nuovo “giorno dei Signore”, egli farà giustizia di tutti i nemici d’Israele radunati nella valle di Giosafat e riunito il suo popolo disperso, abiterà eternamente in mezzo a loro.
La seconda parte del libro è una grandiosa descrizione del “giorno del Signore”, cioè del suo supremo intervento nella storia, accompagnato da una straordinaria ed universale effusione del suo Spirito; seguirà il Giudizio divino sulle genti e l’alba di un nuovo mondo.
S. Pietro apostolo proclamò l’effusione dello Spirito, adempiuta nel giorno di Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo e con i prodigi che l’accompagnarono e la seguirono (Act. 2, 16-21).
La liturgia della Chiesa utilizza buona parte del libro di Gioele nei responsori, lezioni, antifone del Breviario e nelle letture della Messa, specie durante i periodi di penitenza come l’Avvento, la Quaresima, le Ceneri.
È ritenuto il profeta della Pentecoste. La Chiesa greca, l’onora il 19 ottobre, data a cui si è adeguata attualmente la Chiesa latina, uniformandone la celebrazione.

Autore: Antonio Borrelli



Di Padre Claudio Traverso:

Schema del libro del Profeta Gioele:

1) Piaga delle cavallette e giudizio di Dio 1,1-2,27
2) Il giorno del Signore: benedizione e giudizio 3,1-4,21


Del profeta Gioele si sa soltanto che era figlio di Petuel, che probabilmente visse a Gerusalemme e che predico' nel regno meridionale di Giuda.
La sua profezia e' permeata da un'atmosfera di incombente disastro. Le principali nazioni del mondo contemporaneo, Babilonia e Assiria, non sono nominate, per cui Gioele ci lascia in sospeso riguardo a chi si riferisse quando parlava del giudizio imminente.
La regione era stata appena devastata da una invasione di cavallette, da cui Gioele trasse lo spunto per la sua visione di un imminente castigo. Il libro infatti inizia con il suono di un potente esercito di insetti che distrugge ogni traccia di vegetazione.
Partendo dall'esempio dell'invasione delle locuste, Gioele medita sull'imminente ira di Dio. Il suo messaggio e' rivolto al regno di Giuda dei suoi giorni, ma poi si spinge oltre a parlare di un giudizio futuro, normalmente associato alla fine del mondo.
Questo approccio in due direzioni fornisce allo studioso della Bibbia un ottimo esempio della cosiddetta prospettiva profetica: due avvenimenti futuri, anche se separati tra loro da diversi secoli, sono visti come un esempio singolo; gli eventi sono proiettati sullo schermo assieme e danno l'impressione di essere la stessa cosa.

Gioele chiama l'invasione delle locuste "il giorno del Signore" (1,15-2,2; 3,4).
Un secondo tema presente in Gioele e' che al giudizio seguira' una nuova prosperita' (2,21-27; 4,18). Come altri profeti di Israele e di Giuda, Gioele sottolinea che Dio e' pronto a perdonare qualora il popolo si penta dei suoi peccati.
Dio e' misericordioso e tardo all'ira e ricco di benevolenza (2,13). Se il popolo fosse stato disposto a cambiare vita e atteggiamento ("Laceratevi il cuore e non le vesti"), Dio si sarebbe impietosito della loro sventura.

Infine, Gioele predisse un'effusione dello Spirito di Dio (3,1-2). L'apostolo Pietro cito' questi versetti in riferimento al giorno della Pentecoste (At 2,16-21).
Amos


Lo Stato unitario nato con il re Saul è ora diviso nei due regni di Israele al nord e di Giuda al sud. E qui, nel paese di Tekoa vicino a Betlemme, abita il contadino Amos, al quale il Signore comanda di andare a predicare nel regno del nord. Amos accetta immediatamente, pur essendo estraneo al mondo dei predicatori o “portavoce” o “interpreti” di Dio (questo significa il termine ebraico tradotto con “profeta”).
Lasciato il suo bestiame, entra nel regno d’Israele al tempo di re Geroboamo II (783-743 a.C.). Un tempo di straordinaria prosperità. E anche di religiosità intensa, si direbbe. C’è sempre folla nei santuari nazionali di Bet-El e di Dan, con offerte abbondanti e riti solenni. Amos, fedele alla chiamata, arriva appunto a Bet-El per rovinare la festa dei ricchi, per far vergognare i compiaciuti. Questo è l’incarico. Eccolo tra la folla, mentre profetizza sventure ai nemici di Israele per i loro misfatti. E questo ai suoi ascoltatori va molto bene. Ma presto Amos passa a parlare di loro: "Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali; calpestano la testa dei poveri come la polvere della terra...".
Ecco su che cosa si basa questa prosperità: sull’ingiustizia, di cui il contadino di Tekoa enumera le manifestazioni: truffe in commercio, nel peso, nella moneta, sfruttamento dei poveri, usura spietata, schiavitù per il debitore... Sì, il Signore di tutti i popoli castigherà i nemici di Israele; ma anche questo regno dovrà scontare le sue iniquità. Non basta che possieda la vera fede: deve anche viverla con verità. Non serve adornare i templi: "Cercate il Signore, e vivrete!".
C’è da pensare che questa infuocata campagna non duri a lungo. Entra infatti in campo Amasia, capo dei sacerdoti di Bet-El, parlando probabilmente a nome del re. E intima ad Amos di tornare al suo paese, nel regno di Giuda. Allora il profeta spiega che è stato il Signore a mandarlo, e aggiunge per Amasia questo tremendo annuncio: "Ebbene, dice il Signore: tua moglie si prostituirà nella città, i tuoi figli e le tue figlie cadranno di spada, la tua terra sarà spartita con la corda, tu morrai in terra immonda e Israele sarà deportato lontano dalla sua terra...". I notabili sferzati da Amos conosceranno sventura e deportazione quando il regno del nord verrà abbattuto nel 722 a.C. dagli Assiri.
E Amos? Possiamo pensare che sia tornato in patria: il messaggio è stato comunicato, la missione compiuta. Ma lui in un certo senso ha voluto “farne rapporto” a tutti, per tutti i tempi. Dei profeti precedenti, infatti, noi conosciamo l’attività, ma di lui ci sono arrivate anche le parole. Per mano sua, o di qualche discepolo, Amos ce le ha volute tramandare nella loro irruenza originaria. Come se lo ascoltassimo noi pure a Bet-El, tra gli stupori.

Autore: Domenico Agasso



Di Padre Claudio Traverso:

Schema del libro del Profeta Amos:

1) Oracoli contro le nazioni 1,1-2,16
2) Tre prediche profetiche 3,1-6,14
3) Visione di Amos 7,1-8,8
4) Epilogo 8,9-9,15


Amos opero' durante il regno di Ozia in Giuda (767-739 A.C.) e di Geroboamo II in Israele (782-753 A.C.). Il regno di Israele sarebbe caduto per opera dell'Assiria (722 A.C.) solo 30 anni dopo la predicazione di Amos.
I 50 anni che precedettero l'attivita' di Amos furono un periodo di relativa calma e prosperita' sia per Israele che per Giuda. Le rotte commerciali erano state riaperte nella regione, il commercio prosperava, si accumulava ricchezza e prevaleva la pace.
Sotto tale apparente prosperita', tuttavia, covava un male nascosto. I poveri erano oppressi, i deboli intimiditi, la giustizia calpestata. La religione era pura apparenza, la corruzione un modo di vita.
In tale situazione si trovo' ad operare Amos.
Nel senso ristretto del termine, non era un profeta ne' apparteneva ad alcuna comunita' profetica. Dio lo chiamo' dalla sua normale occupazione di pastore e agricoltore per richiamare Israele alla legge del Signore.
Il fatto di provenire dal Sud (Giuda), da un piccolo villaggio (Tekoa) e di non possedere un'istruzione formale rese ulteriormente difficile la sua missione al nord (Israele).
Quando fece notare al popolo che Dio dava scarsa importanza alle manifestazioni pietistiche esteriori prive di contenuto morale, fu scacciato dal paese.
Per il coraggio dimostrato, Amos e' considerato un modello di attaccamento alla propria vocazione in mezzo alle avversita'.
La predicazione di Amos e' diretta in primo luogo contro la mentalita' naturista del tempo; come aveva fatto Elia prima di lui, Amos riferisce a Dio tutti gli attributi che i suoi contemporanei danno ai falsi dei come Baal: autorita' cosmica che regola le stagioni e la fecondita' (4,4-12). Ma Dio e' di piu': conosce Israele (3,2) e vigila su di lui. Gli interventi suoi nella storia ne sono il segno, nel passato (2,9ss; 3,2) e nel presente.
Il compito di Amos consiste nell'annunciare l'imminente incontro che si va realizzando tra Dio e il suo popolo (4,12). Le caratteristiche di questo passaggio di Dio (5,17) sono inattese; sara' un giorno di tenebra, non di luce (5,18-20), l'occasione di un massacro (6,8-11) che raggiungera' sia Israele che le nazioni vicine (1,3-2,16) e al quale nessuno sfuggira' (2,13-16; 9,2-4).
I capi d'accusa che Amos pronuncia contro Israele sono diversi. Ma oltre l'ambiguita' del culto (5,26; 8,14), l'ipocrisia (5,14ss.21-23), protesta soprattutto contro il disprezzo generalizzato della giustizia (5,7.24; 6,12): la vita sociale non e' sufficientemente penetrata da quella armonia che fa nascere la reciprocita' nel rispetto dei diritti di ciascuno.
Il legame che si stabilisce con i contratti di alleanza e' dimenticato, nel senso della fraternita' che ne dovrebbe scaturire e si osa trattare lo stesso giusto con ingiustizia (2,6; 5,12).
Amos non parla mai della giustizia di un Dio che condanna. Egli parla soprattutto di salvezza e fa sua la missione di invitare il Regno del Nord a un ritorno a Dio che sara' anche un ritorno a Giuda.
La dinastia di Davide e' barcollante, ma le e' promessa la restaurazione.
Tra gli spunti teologici in Amos possiamo dire che la figura di Dio e' presentata come dominatore della storia passata, presente e futura. Dio ha scelto Israele come suo popolo prediletto e per tutta risposta sono stati commessi molti gravi peccati.
Amos porta all'attenzione il giudizio che verra': il Signore ruggira' da Sion e il popolo tremera' di paura. Ma Amos fa notare anche che Dio piange sui peccati del suo popolo, non trova nessuna soddisfazione nel castigarlo e gli offre il suo perdono, se Israele e' disposto a chiederlo. Ma Amos mostra scarsa fiducia nel pentimento di Israele.
Infine il profeta fa sapere alla nazione quali siano le richieste di Dio: non portare altri sacrifici e offerte al Tempio, ma cercare la giustizia, il bene, l'onesta' e il benessere per tutto il popolo.
La giustizia deve scorrere come un fiume nel suo letto e la rettitudine come un torrente perenne.
Abdia


Sul lato del campanile del duomo di Firenze una statua di Nanni di Bartolo rappresenta il profeta Abdia: è un giovane robusto a capo scoperto, con un ricco mantello e tra le mani il 'volumen', cioè il libro che contiene la sua 'visione' o profezia lanciata contro gli abitanti dell'Idumea, gli Edomiti, un popolo nomade della Palestina meridionale, discendenti da Esaù, quindi i più vicini per parentela agli Ebrei. Gli antichi Martirologi latini non facevano menzione di Abdia, che compare tuttavia nel Martirologio Romano e nel Sinassario Costantinopolitano alla data del 19 novembre. Le molte raffigurazioni di Abdia, quarto dei profeti minori, autore del libro più breve del Vecchio Testamento, testimoniano la larga devozione verso questo santo, che emerge dalla notte dei tempi antichi come un bagliore di vivida luce. 'Profeta piccolo per il numero dei versetti, non delle idee', dice di lui S. Girolamo.
I ventun versetti del suo libro contengono anzitutto una dura minaccia contro gli Edomiti. Gli antichi rancori, mai sopiti dall'epoca della ingegnosa frode di Giacobbe ai danni del fratello Esaù, erano esplosi durante e dopo la distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 587 a.C. per opera del babilonese Nabucodonosor. In quella tristissima ora per il popolo della Giudea, gli Edomiti diedero man forte agli invasori, partecipando attivamente al saccheggio della città e alla spietata caccia ai fuggiaschi. Mentre a consolare i deportati in Mesopotamia, costretti al lavoro coatto nel grande canale tra Babel e Nippur, c'era il grande profeta Ezechiele, tra i rimasti ci fu il giovane Abdia, che proferì una dura minaccia contro gli Edomiti insieme all'annuncio consolatorio della restaurazione di Gerusalemme, destinata ad accogliere il Messia.
Abdia sviluppa questi due temi con un canto lirico stupendo. Così si rivolge al confinante popolo idumeo: 'Ecco, io t'ho fatto piccolo fra le nazioni, tu sei molto spregevole. La superbia del tuo cuore ti ha ingannato... Per le uccisioni, per le ingiustizie commesse contro il tuo fratello Giacobbe, tu sarai coperto di confusione e perirai per sempre... La casa di Giacobbe sarà di fuoco e la casa di Esaù sarà di paglia, verrà bruciata e divorata'. Il profeta segue una linea religiosa tradizionale, il cui tema costante è l'affermazione della unicità di Dio Javhè, padrone assoluto di tutte le cose e giudice supremo, che punisce i peccatori e vendica le offese fatte al suo popolo. In questa conclusione ottimistica della 'visione' di Abdia gli esegeti vedono il preannunzio di Cristo e della Chiesa.

Autore: Piero Bargellini



Di Padre Claudio Traverso:

Schema del libro del Profeta Abdia:

1) Profezie contro Edom 1,1-14
2) Il giorno del Signore e benedizioni su Giuda 1,15-21


Con il piu' breve libro dell'Antico Testamento, Abdia parla dei rapporti tra Giuda e il suo confinante al sud, Edom.
Egli predice la caduta di Edom a causa del suo atteggiamento disumano nei confronti di Giuda. Il fatto che i due popoli fossero imparentati e' molto importante per la comprensione del libro.
Esau', dal quale discendevano gli Edomiti, era fratello di Giacobbe, capostipite degli Israeliti.
Esau' per diritto avrebbe dovuto ereditare la benedizione del padre Isacco, se non avesse ceduto la primogenitura per un piatto di lenticchie; Giacobbe quindi riusci', pur con l'inganno, a strappare la benedizione al padre.
Per la sua rinuncia alla primogenitura, Esau' divenne per i Giudei il simbolo di una persona profana che non sa apprezzare i valori spirituali.
I discendenti di Giuda si erano stabiliti poco piu' a nord dell'insediamento dei discendenti di Esau' e tra i due popoli i rapporti erano piuttosto tesi. Gli scontri di frontiera erano frequenti, e normalmente Giuda aveva la meglio.
Le due principali citta' di Edom erano Sela e Bozra. La citta' di Teman, menzionata da Abdia, si trovava nella parte meridionale di Edom. A volte l'intero paese di Edom e' chiamato Monte Esau', in contrasto con il Monte Sion che sta per Gerusalemme o l'intero Giuda.
All'arrivo dell'esercito babilonese, Edom intui' la possibilita' di una rivincita. Gli Edomiti seguirono i Babilonesi, lasciando a questi ultimi il compito di combattere le battaglie piu' decisive, poi razziarono tutto cio' che poterono.
Questo comportamento attiro' sugli Edomiti il disprezzo dei profeti e il castigo di Dio. Edom era destinato a cadere, disse Abdia. La profezia si avvero' nel 312 A.C.
Le due nazioni quindi caddero per i loro peccati. Giuda tuttavia sarebbe tornato per ricominciare da capo. Edom invece sarebbe rimasto per sempre un cumulo di macerie.
Il messaggio di Abdia e' semplice. Edom sarebbe stato distrutto per la sua indifferenza, per la sua codardia, per il suo orgoglio: come tutti coloro che osano provocare Dio.
Giona


Il re Geroboamo ristabilì i confini di “Israele […] secondo la parola del Signore Dio di Israele, pronunziata per mezzo del suo servo il profeta Giona, figlio di Amittai, di Gat-hefer”. Così il santo profeta oggi in questione viene citato nel Secondo Libro dei Re (14,25). La vicenda si colloca a Samaria, capitale del regno settentrionale di Israele, nell’VIII secolo a.C., sotto il regno di Geroboamo I, epoca florida ma al tempo stesso colpita anche da ingiustizie sociali. Polemica si alzava la voce del profeta Amos, ma fa capolino anche il profeta Giona il cui nome ebraico Jonah significa in italiano “colomba”.
Il ricordo di Giona è però rimasto ben fisso nella memoria popolare grazie a quell’immenso cetaceo, la balena, da cui sarebbe stato inghiottito. La storia dell’arte si è sfogata al riguardo con un’infinità raffigurazioni, a partire dalle catacombe di San Callisto a Roma (II secolo) sino alla recentissima cappella Redemptoris Mater in Vativano (fine XX secolo). Occorre in realtà notare che il libro biblico a noi giunto con il suo nome non costituisce che una sorta di tarda parabola scritta a posteriori. Essa ha posto al centro della scena l’antico profeta d’Israele presentandolo con un tocco ironico quale uomo lamentoso, pauroso, preoccupato dei suoi problemi e renitente alla chiamata di Dio. Giona fu infatti inviato da Dio a predicare a Ninive, grande capitale orientale assira, ma egli preferì invece imbarcarsi per Tarsis, lontano centro occidentale, forse identificabile con Gibilterra o con la Sardegna. Il mare burrascoso ed il mostro marino che lo inghiottì simboleggiano la morte, una dura prova, ma anche infine una sorta di liberazione. Purificata la sua anima, il profeta dovette rassegnarsi a recarsi a Ninive ed il successo della sua missione è così descritto: “I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì. […]” (3,5.10). La vicenda di Giona non termina però qui. Infatti questo profeta un po’ petulante ebbe ancora a trovare di che lamentarsi. Sostando quietamente sotto un frondoso albero di ricino, in cuor suo macinava di acredine aspettandosi che i niniviti, nemici di Israele, non si sarebbero convertiti, tanto da scatenare la collera e la giustizia divina anziché il perdono. Un verme si attaccò allora alle radici dell’albero e lo fece inaridire. Cadute le foglie, il sole prese a battere sul capo di Giona e si sollevò per di più il caldo vento del deserto. E’ facilmente immaginabile la protesta di questo poveruomo, adirato con tutti, compreso Dio. La voce di quest’ultimo risuonò però nuovamente forte e chiara, svelando la lezione di questa parabola, attacco ad ogni forma di grettezza, chiusura, integralismo e razzismo ed al tempo stesso celebrazione della volontà divina di salvezza per ogni creatura: “Tu ti dai pena per quella pianta di ricino ed io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone ed una grande quantità di animali?” (4,10-11).
Il libro biblico intitolato a Giona vuole dunque essere un’esaltazione della misericordia divina, più che della vita di Giobbe. Eppure, all’alba del III millennio dell’era cristiana, ancora il nuovo Martyrologium Romanum riporta in data 21 settembre il ricordo come santo di questo personaggio vetero-testamentario: “Commemorazione di San Giona profeta, figlio di Amittai, con il suo nome viene chiamato un libro del Vecchio Testamento, e la famosa uscita dal ventre del pesce viene vista nel Vangelo come segno della resurrezione del Signore”.

Autore: Fabio Arduino
Michea


Nel pieno della Novena di Natale, il 21 dicembre, il nuovo Martyrologium Romanum pone la “memoria del santo profeta Michea”, annoverato tra i profeti minori dell’Antico Testamento per la brevità dei suoi scritti, ma non per la secondarietà del suo messaggio, e dunque non meno importante al cospetto di Dio.
Michea nacque nel villaggio agricolo di Moreset, a non molti chilometri da Gerusalemme, ed il suo nome in ebraico era in realtà una domanda retorica, al tempo stesso professione di fede: “Chi è come il Signore?”. Michea quindi non fu altro che un contadino prestato alla profezia. Visse al tempo del grande profeta Isaia, di cui forse fu anche discepolo, in quanto in una sua pagina (4,1-3) citò uno splendido inno a Sion, città di pace, già presente nel libro del suo presunto grande maestro (Is 2,2-5).
L’iconografia relativa a Michea, come già era accaduto per il profeta contadino Amos, presenta immagini rudi e vigorose, che colpiscono con sdegno quasi nauseante lo sfruttamento e i soprusi verso la gente dei campi. Egli alzò la voce anche contro i falsi profeti, accomunandoli alle dominanti classi corrotte: “Sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono... Divorano la carne del mio popolo, gli strappano la pelle di dosso, ne rompono le ossa e lo fanno a pezzi come carne in una pentola, come lesso in una caldaia. […] I loro profeti fanno traviare il mio popolo, annunziano la pace solo se hanno qualcosa da mordere sotto i denti; ma a chi non mette loro niente in bocca dichiarano la guerra” (2,2; 3,3.5). Diviene inevitabile perciò l’ingresso in scena del Signore della giustizia, ad emettere un suo giudizio contro questi lugubri individui. Già Dio era comparso all’orizzonte di Samaria, capitale del regno settentrionale di Israele, città affatto non esente da vergogne ed ingiustizie, a suo tempo denunziate appunto da Amos.
Michea raccontò invece il crollo di quella elegante e gaudente città sotto le armate del re assiro Sargon II nel 721 a.C.: “Ridurrà Samaria a un mucchio di rovine in un campo, rotolerà le sue pietre nella valle, frantumerò tutte le sue statue e dei suoi idoli farò scempio” (1,6-7). Anche a Gerusalemme il Signore riservò poi una sorte medesima: “Sion sarà arata come un campo e Gerusalemme diverrà un mucchio di rovine, il monte del tempio un’altura selvosa” (3,12). Questo triste destino non è però evitabile esclusivamente con riti e preghiere, ma queste devono essere accompagnate da una vita coerente, cioè dalla giustizia: “Con che cosa mi presenterà al Signore? Mi presenterà a lui con olocausti e con vitelli di un anno? Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede da te il Signore: praticarela giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (6,6-8). Il cristianesimo ha però voluto porre l’accento in particolare su un passo degli scritti di Michea: “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele... Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà... Egli starà là e pascerà con la forza e la maestà del Signore” (5,1-3). Questo annunzio messianico risuonò ancora ben sette secoli dopo, illuminato da un nuovo evento, all’interno del palazzo del perverso re Erode (Mt 2,6). Da allora fortunatamente risuonarono però anche per tutti i giusti come messaggio di speranza e di gioia, annunciando l’avvenuta nascita a Betlemme di Giuda di un dominatore, promesso sin dall’antichità, che avrebbe pascolato Israele e non solo con la forza del Signore.

Autore: Fabio Arduino


Di Padre Claudio Traverso:

L'epoca in cui vive Michea e' evocata in 2 Re 17-20 ed e' drammatica.
Michea biasima ferocemente sacerdoti e profeti; critica la loro disonesta'; condanna la falsa mistica.
Riassume il suo messaggio in poche parole (3,8). Rivela tutta la sua forza perche' cosciente dell'opposizione che incontra la parola profetica (2,6ss).
Annuncia un duro giudizio per le capitali Samaria e Gerusalemme, giudizio motivato dall'idolatria e soprattutto dall'ingiustizia sociale (1,2-7; 2,1-11).
Il messaggio e' tuttavia pieno di speranza; se non per tutto il popolo, almeno per un "resto" (4,7; 5,2.6.7) che "si ricordera' delle grandi azioni compiute da Dio" (6,5), "conoscera' le sue esigenze": la giustizia, l'umilta', e c'e' la possibilita' di un perdono di Dio in cambio della fedelta' (7,18-20).
Rimane forte la fede nella realizzazione delle promesse fatte a Davide: la certezza che in quella stirpe gloriosa nascera' un re che sapra' unificare il regno e governarlo alla maniera stessa di Dio (5,1-4).
Michea era nativo della piccola citta' di Moreset, vicina a Gerusalemme. Egli svolse il suo ministero al tempo di Iotam, di Acaz e di Ezechia, essendo contemporaneo di Isaia.
Fu percio' testimone di grandi avvenimenti: l'invasione dell'esercito assiro, la caduta di Damasco, la guerra tra Israele e Giuda, la conquista della Galilea, la distruzione di Samaria e del regno di Israele, la sconfitta dell'Egitto per mano di Sargon. Era un periodo violento e tumultuoso.
Il libro di Michea e' una raccolta di prediche e di profezie, disposte per argomento anziche' in ordine cronologico.
Lo stile e' vario, a seconda del periodo e delle circostanze. A volte Michea e' aspro e vigoroso, altre volte tenero e compassionevole. Il linguaggio che usa e' sempre diretto e forte.
Il messaggio di Michea e' rivolto principalmente a Giuda, il regno meridionale, anche se non dimentica il regno di Israele e le nazioni confinanti.
La sua attivita' e' dedicata in particolare alla difesa degli oppressi. Viveva in una societa' in cui i ricchi proprietari terrieri sfruttavano i poveri, opprimendoli senza pieta'. I contadini, gli agricoltori e i piccoli proprietari erano sfruttati da coloro che avevano conoscenze nelle alte sfere.
Tale abuso di potere fu attaccato con forza da Michea.
Anche se proveniva da una zona rurale, egli era perfettamente al corrente della corruzione della vita di citta' e denuncio' Gerusalemme in particolare. Vedeva nella citta' il simbolo della corruzione nazionale: corruzione nell'amministrazione della giustizia, nei funzionari di governo, nei capi religiosi.
Il fondamento del messaggio di Michea era la giustizia di Dio, analogamente al messaggio del profeta Amos, che stava predicando le stesse cose nel regno di Israele.
Michea sottolinea che cio' che Dio richiede da noi e' un comportamento retto, giusto, non formale soltanto. In uno dei versetti piu' conosciuti dell'Antico Testamento Michea sintetizza cio' che il Signore richiede dall'uomo: "Praticare la giustizia, amare la pieta', camminare umilmente con il tuo Dio" (6,8)
Michea presenta un messaggio di giudizio: se la nazione non cambia il suo comportamento, Dio la giudichera' e la distruggera' (3,12).
Un secolo piu' tardi Geremia ricorda quelle parole e le applica alla propria profezia (Ger 26,18).
Michea inoltre offre una delle piu' dettagliate descrizioni dell'avvento del Messia che si trovino nell'Antico Testamento (5,1-14). Il redentore verra' da Betlemme e sara' un essere umano (non un angelo).
Dovra' avere le sue origini dall'antichita', "dai giorni piu' remoti". radunera' attorno a se' un gruppo di giusti, inaugurera' sulla terra un regno di giustizia e si prendera' cura dei bisognosi.
Il Nuovo Testamento vede queste profezie pienamente adempiute in Gesu' Cristo.
Michea proclama un regno universale di pace che abbraccera' tutti i popoli. Le spade saranno trasformate in aratri e le lance in falci; sara' un periodo di pace, di prosperita' e di benessere (4,1-5).
Dio regnera' sovrano e gli uomini "non impareranno piu' l'arte della guerra".
Naum


L’omonimo Libro di Naum è il 41° del Vecchio Testamento, segue quello di Michea e precede quello di Abacuc.
L’asprezza con cui Naum si esprime, risente però della mentalità e del clima dell’Antico Testamento; di questo Profeta, considerato il settimo dei profeti ‘minori’, non si sa praticamente nulla della sua vita; egli visse nella seconda metà del VII secolo a.C., probabilmente nello spazio di tempo che va dalla caduta di Tebe (663 a.C.), alla caduta di Ninive (612 a.C.) per mano degli eserciti babilonesi e persiani; e nacque secondo s. Girolamo nello sconosciuto villaggio di Elcos in Galilea.
Col suo libro o meglio libretto profetico, composto di soli tre capitoli, egli ci offre una visuale centrata sull’evento della distruzione della capitale assira Ninive, caduta nel 612 a.C. sotto gli assalti del re dei Medi Ciassare e di Nabopolassar fondatore della dinastia neo-babilonese.
Il canto profetico di Naum è tutto dedicato alla caduta e rovina dell’Assiria, la grande avversaria d’Israele; in effetti si tratta di una lamentazione sarcastica, in cui fingendo un lutto e un dispiacere per quella fine, in realtà ironizza ed esprime soddisfazione per l’opera di giustizia compiuta dal Signore, contro un oppressore così duro e crudele con Israele.
Con questo canto, la caduta di Ninive assume il simbolo della grande vittoria che Dio riporta sul male, e unisce la speranza per un futuro diverso per gli oppressi.
Nel poema profetico Naum o Nahum, dipinge le vicende quasi in presa diretta, evocando anche un fatto precedentemente accaduto, cioè la distruzione di Tebe nel 663 a.C., capitale egiziana distrutta proprio dagli Assiri, condotti da Assurbanipal e che ora subiscono la stessa sorte.
Gli Assiri si erano dimostrati feroci e senza pietà, imprigionando i capi di Tebe e massacrando i loro bambini ed ora il profeta vede le stesse distruzioni e masse di cadaveri in Ninive, quella che fu “una città sanguinaria”.
In conclusione egli pronuncia la sua lezione profetica ammonendo: non si può pensare di costruire regni durevoli sulla forza, sulla prepotenza e sui misfatti, perché il Signore è lento all’ira, ma alla fine nulla lascia impunito.

Autore: Antonio Borrelli


Di Padre Claudio Traverso:

Naum, nativo di Elcos in Giudea, e' il profeta il cui ministero e' diretto esclusivamente alla citta' di Ninive.
Giona era stato inviato a predicare a Ninive circa 100 anni prima, e molti degli abitanti avevano risposto positivamente alla sua predicazione.
Negli anni successivi, tuttavia, si era verificato un cambiamento di mentalita' oltre che di governo, e Ninive era tornata al suo vecchio stile di vita. Dio pertanto diede a Naum l'incarico di predicare l'incombente giudizio sulla capitale assira in un periodo non meglio precisato tra il 663 A.C. e la caduta della citta' nel 612 A.C.

Schema del libro del Profeta Naum:

1) Profezia di giudizio 1,1-14
2) La caduta di Ninive 2,1-14
3) Causa della caduta 3,1-19

Il messaggio di Naum ci mostra Israele che celebra Dio con i suoi canti di lode.
Canta il suo dominio sul cosmo; rinforza cosi' la sua fede nella potenza, la bonta', la "passione" stessa con cui Dio regola la storia, dal momento che il cuore di questo messaggio e' trarre il senso del presente che si vive e del futuro verso il quale si cammina.
Il profeta esprime un giudizio incombente sulla citta'. I suoi crimini saranno puniti, specificatamente l'dolatria (1,14), l'arroganza (1,11), l'omicidio, la falsita', il tradimento, la superstizione e i peccati di carattere sociale (3,1-19).
A causa di tutto cio' la citta' verra' distrutta.

Gli dei e le dee di Ninive non contavano nulla. Dio, l'unico esistente, ritiene responsabile l'uomo per il suo comportamento nei suoi confronti, e questo in ogni epoca della storia fino alla fine dei tempi.
Questa e' la verita', che si sappia o no, che la accettiamo o no. Dio solo e' Dio.
Gli abitanti di Ninive avrebbero presto sperimentato che riporre la fiducia negli idoli significava fare affidamento sul legno e sulla pietra, quindi su niente.

Nonostante tutto cio', Dio e' disposto a salvare la citta' a patto che si ravveda.
Dio e' sempre in cerca degli sbandati, e' lento all'ira (1,3) e' buono (1,7), e' un asilo sicuro per quelli che si affidano a Lui nel giorno dell'angoscia (1,7).

Dio manda "buone notizie" a coloro che sono disposti ad ascoltare (2,1), tema ripreso in seguito dagli autori del Nuovo Testamento per descrivere il ministero di Gesu' e la predicazione del Vangelo (= la "buona notizia").
Abacuc


Nei primi giorni del tempo d'Avvento, il 2 dicembre, il nuovo Martyrologium Romanum pone la “memoria di Sant'Abacuc profeta”, annoverato tra i profeti minori dell'Antico Testamento per la brevità dei suoi scritti, ma non per la secondarietà del suo messaggio, e dunque non meno importante al cospetto di Dio.
Di Abacuc ignoriamo purtroppo quasi tutto, persino il significato del suo nome, forse corrispondente a quello di una pianta acquatica o di un'ortensia. Alcune allusioni presenti nel piccolo libro biblico a lui attribuito, composto di solo tre capitoli, ci fa ipotizzare una sua collocazione cronologica all'epoca dell'avversario di Geremia, re Ioiakim, che succedette nel 609 a.C. al giusto e sfortunato re Giosia, ucciso in battaglia dal faraone Necao. Questa fu un'epoca drammatica per il regno di Giuda, giunto quasi alla sua fine, mentre risuonava la voce del profeta Geremia. Il Signore sta infatti per inviare “i Caldei (cioè i Babilonesi), un popolo feroce e impetuoso […], feroce e terribile”, desideroso di imporre “il suo diritto e la sua grandezza”, dotato di cavalli “più veloci dei leopardi e più agili dei lupi della sera” e di cavalieri che “volano come aquila che piomba per divorare, avanzano solo per la rapina..., ammassano i prigionieri come la sabbia” (Abacuc 1,6-9). Questo profeta si contraddistingue per il suo stile brillante e icastico, tanto che un commentatore ha osato definire il suo libretto “uno dei più attraenti della Bibbia”, “per l'armoniosa bellezza di alcuni passi, perla nobiltà e la sincerità dell'accento”.
Il passo che però a reso popolare Aggeo presso il cristianesimo si compone in ebraico di sole tre parole: saddfq be'emunatòjihjeh, cioè “il giusto vivrà per la sua fede” (2,4). Il senso inteso dal profeta è assai semplice: chi confida in Dio restandogli fedele, salverà la propria vita, mentre invece “soccomberà chi non ha l'animo retto”. L'apostolo Paolo assunse poi questa frase a sintesi della Lettera ai Romani, base della sua teologia circa la giustificazione attraverso la fede: “Colui che è giusto (giustificato) per la fede, costui vivrà»(1,17). Dal librettodi Abacuc, seppur breve, occorre però scorporare il terzo ed ultimo capitolo: secondo gli studiosi esso contiene infatti un inno arcaico, forse composto ben prima, nel X secolo a.C.. Questo potente testo mette in scena una terribile epifania divina volta a sconvolgere l'universo. Il Signore irrompe nella scena scavalcando monti e seminando panico, preceduto da una terrificante avanguardia, la Peste personificata, e seguito da una retroguardia alquanto paurosa, la Febbre ardente. Nulla si può opporre al divino Arciere intento a scagliare lampi come frecce. Su questo devastato orizzonte spunta però fortunatamente un'aurora di speranza e di gioia: “il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare” (3,19). Il personaggio Abacuc ricompare però nell'Antico Testamento in un racconto miracolistico e leggendario del libro di Daniele (14,3 1-42). Avendo preparato un giorno una minestra e portandola in campagna ai mietitori, un angelo “lo afferrò per i capelli e con la velocità del vento lo trasferì in Babilonia e lo posò sull'orlo della fossa dei leoni” ove era confinato Daniele. “Gridò Abacuc: Daniele, Daniele, prendi il cibo che Dio ti ha mandato!”. Daniele si sfamò, “mentre l'angelo di Dio riportava subito Abacuc” in Giudea, sempre miracolosamente per via aerea.

Autore: Fabio Arduino


Di Padre Claudio Traverso:

Schema del libro del Profeta Abacuc:

1) Introduzione 1,1
2) Il problema del peccato di Giuda 1,2-4
3) Giudizio per il peccato di Giuda 1,5-11
4) Seconda domanda di Abacuc 1,12-2,1
5) Risposta di Dio e richiamo alla fede 2,2-19
6) Trionfo della fede di Abacuc 2,20-3,19



Abacuc invita ad una meditazione profetica sulla storia che Giuda sta vivendo; egli prolunga questa meditazione con un salmo in cui il popolo, ricordando i benefici di Dio nella storia passata, pone in questo ricordo la certezza che Dio sta per intervenire per riportare una vittoria definitiva sui nemici di oggi.
Ai fedeli il profeta lancia un messaggio che e' un appello alla fedelta', la sola condizione della sopravvivenza di Israele.

Abacuc ritrova cosi' il messaggio di Isaia 7,9 che non voleva mostrare a Israele altra possibilita' di esistenza che appoggiarsi su Dio: San Paolo nella lettera ai Romani approfondira' la portata di tale messaggio (Rom 1,17).
Abacuc esercito' il suo ministero negli ultimi anni del regno di Giuda, poco prima della sua distruzione da parte dei Babilonesi nel 587 A.C.

Nell'anno 605 A.C., nella grande battaglia di Carchemis, i Babilonesi avevano sconfitto cio' che rimaneva del vecchio esercito assiro e gli Egiziani. Questa vittoria consenti' a Babilonia di imporsi come nuova potenza mondiale e di esercitare il suo controllo sulle rotte commerciali che collegavano l'Egitto alla Mezzaluna fertile, passando per il territorio di Giuda. Sarebbe stato solo questione di tempo perche' Giuda sentisse la pesante mano di Babilonia.
Abacuc, con intuito profetico, era cosciente di questo pericolo.
Abacuc si astenne dall'inveire contro i peccati di Giuda come tali, preferendo affrontare il problema in modo diverso. Poiche' era convinto che Dio e' Buono e onnipotente, nella sua predicazione si chiedeva perche' Dio aveva permesso che succedessero quelle cose. Certo, il popolo di Giuda era peccatore, ma Dio era abbastanza potente da porre rimedio alla situazione; allora perche' non interveniva ?
Questo modo di affrontare il problema era del tutto nuovo nell'Antico Testamento. Il libro di Giobbe vede il male da un punto di vista analogo, ma tra i profeti e' solo Abacuc che lo esprime in termini chiari.
Per trasmettere il suo messaggio Abacuc adotta il metodo "domanda e risposta"; il profeta pone la domanda, Dio risponde.
La prima domanda si trova in 1,2-4. Sostanzialmente e': perche' Dio permette il male ? La giustizia e' calpestata, i poveri sono oppressi, la violenza regna dovunque; e tutto cio', sembra, con il consenso di Dio.
La risposta si trova in 1,5-11. Dio risponde che e' in procinto di intervenire a punire i peccati che vede in Giuda.
Per questo utilizzera' i Caldei (Babilonesi) come bastone della sua ira.
I Caldei sono terribili guerrieri, orgogliosi, idolatri della loro stessa forza, senza pieta' verso i prigionieri e sicuri della vittoria.
Tale domanda richiama alla mente di Abacuc un'altra domanda ancora piu' impegnativa. Per attuare il suo castigo, come puo' Dio avalersi di una nazione peggiore di Giuda (1,12-2,1) ?

Dio e' talmente puro che non puo' neppure vedere il male; eppure ha intenzione di avvalersi dei Babilonesi. Come puo' essere ?
Dio offre una risposta in due parti. In 2,6-19 risponde all'aspetto pratico e storico della domanda: anche Babilonia sara' punita a suo tempo. In 2,2-4 l'aspetto teologico della domanda di Abacuc riceve una risposta che contiene una delle piu' importanti affermazioni della Bibbia: "Il giusto vivra' per la sua fede".
Dio dice ad Abacuc che la logica umana puo' fallire, ma non la sapienza di Dio. Anche se noi non comprendiamo il perche' delle cose, cio' non significa che non esista alcuna risposta.

La risposta ce l'ha Dio, e quelli che vogliono essere giusti (retti) davanti a Dio devono fidarsi di Lui e vivere nella fede. In un certo senso questa non e' una risposta diretta alla domanda, ma piuttosto un invito a chiedersi chi e' Dio. Percio' Abacuc capisce di aver parlato troppo.
L'atteggiamento piu' consono per stare alla presenza di Dio e' il silenzio: il silenzio della semplice accettazione, non il silenzio imbronciato della rassegnazione al nostro destino (2,20).

Segue poi una delle piu' belle preghiere dell'Antico Testamento, che termina con la professione di fede di Abacuc (3,18-19).
Noi possiamo rallegrarci nel Signore anche se siamo privati di ogni cosa.
Poiche' questo accadde effettivamente ad Abacuc, il profeta e' un esempio del modo di affrontare la peggiore delle situazioni in cui possiamo incorrere.
Il libro contiene un altro tema importante. Abacuc mostra come Dio fosse in grado di avvalersi dell'opera dei Babilonesi, anche se essi non lo riconoscevano come Dio.

Dio e' il Signore di tutta la terra, anche di coloro che si rifiutano di accettarlo. Per Dio tale rifiuto in realta' ha scarsa importanza, poiche' egli e' l'unico Dio esistente, senza rivali.

Questa constatazione dovrebbe esserci di grande conforto quando siamo tentati di pensare che Dio non sia in grado di intervenire, semplicemente per il fatto che alcune persone che ci stanno a cuore non riconoscono la sua esistenza.
Sofonia


Nei primi giorni del tempo d'Avvento, il 3 dicembre, il nuovo Martyrologium Romanum pone la “commemorazione di San Sofonia profeta”, annoverato tra i profeti minori dell'Antico Testamento per la brevità dei suoi scritti, ma non per la secondarietà del suo messaggio, e dunque non meno importante al cospetto di Dio.
Il libro biblico a lui attribuito si suddivide principalmente in tre parti: messaggio del giudizio di Dio (1,1-2,3); oracoli contro specifiche nazioni (2,4-3,8); promessa di benedizioni future (3,9-20).
Sofonia non fu che il primo di una serie di profeti inviati da Dio nel regno meridionale di Giuda, prima della sua caduta avvenuta nel 587 a.C. e dopo la caduta del regno settentrionale di Israele giunta nel 722 a.C.. Isaia e Michea erano stati invece testimoni della presa di Samaria, capitale del suddetto regno settentrionale, ma morirono prima del periodo di Sofonia. Dopo quest'ultimo vennero invece Geremia, Abacuc ed Ezechiele, tutti portatori di un messaggio particolare per il regno di Giuda. Sfortunatamente, però, anche tale nazione non prestò attenzione alcuna agli avvertimenti inviatigli da Dio.
Il contesto storico in cui si colloca la vicende è dopo la morte di Ezechia, uno dei pochi re di Giuda osservanti della legge, con l'ascesa al trono di suo figlio Manasse. Questi era però un uomo estremamente malvagio, in tutto opposto al suo genitore e tollerare verso la dilagante corruzione nel suo paese. Favorì inoltre il ritorno alle pratiche tipiche dei culti pagani, quali il culto di Baal, l'astrologia, l'adorazione degli spiriti ed il sacrificio di bambini. Perseguitò infine i profeti ed arrivò addirittura a sopprimere il culto a Dio. Secondo un'antica leggenda ebraica, Manasse sarebbe stato colui che diede il via libera alla condanna a morte del profeta Isaia, anche se in favore di questo dato non sussiste alcuna documentazione storica.
Suo figlio Amon perseguì in tutto le orme tracciate dal padre, mentre invece Giosia, figlio di Amon, tentò di invertire la disastrosa rotta intrapresa dai suoi avi. Nel 621 a.C. infatti attuò una riforma religiosa e morale di vasta portata, in parte stimolato proprio dagli ammonimenti del profeta Sofonia. Fu proprio con quest'ultimo che Israele si rese conto che la sua miserevole situazione l'aveva portato ad riconoscere la sua povera realtà anche dinnanzi a Dio. Sofonia definì il “resto” con l'immagine della Figlia di Sion (3,14-18): una piccola comunità povera di beni materiali, ma soprattutto libera di falsa ricchezza interiore, una comunità sicura della presenza del suo Dio, i cui occhi sono perciò illuminati dalla fede e dalla certezza della vittoria di Dio. Questa è in sostanza l'immagine che Sofonia ci fornisce del “resto”, dell'Israele che egli sperava. L'immagine tratteggiata dal profeta è poi divenuta dopo la venuta di Cristo un modello perfetto per la Chiesa, ciò che essa punta a realizzare.
La parola di Sofonia “Rallegrati, Figlia di Sion” (3,14), parendo in grado di esprimere e cantare il messaggio di amore del Nuovo Testamento, è così stata ripresa dall'evangelista Luca: “Rallegrati, Maria!” (Lc 1,28). Quello di Sofonia non è altro che un messaggio di denuncia del male dilagante nel suo paese, con la terribile minaccia del mancato pentimento di Giuda, che sarebbe stato causa della rovina finale. Sofonia approfondì inoltre il concetto di “giorno del Signore” che, mentre secondo la credenza popolare significava la rivincita della nazione sui suoi nemici, per lui si tratta invece del giorno del giudizio innanzitutto per il popolo giudaico, ed in un secondo momento anche per i suoi nemici. Infine si conclude con una promessa di restaurazione (3,9-20), che va ben oltre il semplice ritorno in patria, ma si sbilancia sino a prevedere finalmente una sospirata era di benessere universale per tutta l'umanità.

Autore: Fabio Arduino


Di Padre Claudio Traverso:

Schema del libro del Profeta Sofonia:
1) Messaggio del giudizio di Dio 1,1-2,3
2) Oracoli contro specifiche nazioni 2,4-3,8
3) Promessa di benedizioni future 3,9-20




Sofonia e' il primo di una serie di profeti inviati da Dio al regno meridionale di Giuda prima della sua caduta nel 587 A.C. e dopo la caduta del regno settentrionale di Israele nel 722 A.C.
Isaia e Michea erano stati testimoni della presa di Samaria, capitale del regno settentrionale, ma erano morti prima del periodo di Sofonia.
Questi fu seguito da Geremia, Abacuc ed Ezechiele, tutti con un messaggio particolare per il regno di Giuda.
Sfortunatamente, pero', anche questa nazione non presto' alcuna attenzione agli avvertimenti che Dio le aveva mandato.
La situazione storica era la seguente. Dopo la morte di Ezechia, uno dei pochi re di Giuda osservanti della legge, gli successe al trono il figlio Manasse.
Questi era un uomo totalmente malvagio, in tutto opposto a suo padre e disposto a tollerare il dilagare della corruzione nel paese. Egli favori' inoltre il ritorno alle pratiche di culti pagani, come il culto di Baal, l'astrologia, l'adorazione degli spiriti e il sacrificio di bambini.

Manasse perseguito' i profeti e soppresse il culto a Dio.

Secondo una leggenda ebraica, Manasse avrebbe approvato la condanna a morte del profeta Isaia, anche se questo non puo' essere documentato ne' a colpa ne' a discolpa.
Suo figlio Amon segui' in tutto le orme del padre; invece il figlio di Amon, Giosia (639-609 A.C.) cerco' di invertire la rotta che portava al disastro. Nel 621 A.C. Giosia attuo' una riforma religiosa e morale di vasta portata, in parte stimolato dagli ammonimenti di Sofonia.
E' con Sofonia che Israele scopre che la sua situazione miserevole l'ha condotto ad afferrare la sua realta' di fronte a Dio, che e' quella di un povero.
Sofonia definisce il "resto" con l'immagine della Figlia di Sion (3,14-18): una piccola comunita' povera di beni materiali, libera soprattutto di falsa ricchezza interiore, una comunita' che e' sicura della presenza del suo Dio, e i cui occhi sono a questo punto illuminati dalla fede e dalla sicurezza nella vittoria di Dio; questa e' l'immagine che Sofonia da' del "resto", dell'Israele delle sue speranze.
Questa immagine e' cosi' perfettamente quella che la Chiesa sa di dover realizzare, che una parola di Sofonia e' sembrata in grado di esprimere e cantare l'amore del Nuovo Testamento: "Rallegrati, Figlia di Sion (3,14)..." (cf. "Rallegrati, Maria !" - Lc 1,28).
Quello di Sofonia e' un messaggio di denuncia del male dilagante nel paese, con la terribile minaccia che se Giuda non si fosse pentito, tutto sarebbe stato perduto.
Sofonia inoltre approfondisce ulteriormente il concetto del "giorno del Signore".
Secondo la credenza popolare, il giorno del Signore significava la rivincita della nazione sui suoi nemici. Sofonia invece sostiene che si tratta del giorno del giudizio prima di tutto per il popolo giudaico, e solo in un secondo tempo per i suoi nemici.

Il messaggio termina con promessa di restaurazione (3,9-20), che va oltre il semplice ritorno in patria e prevede un'era di benessere universale per tutta la terra.
 
Aggeo


Nel pieno del tempo d’Avvento, il 16 dicembre, il nuovo Martyrologium Romanum pone la “commemorazione di Sant’Aggeo profeta”, annoverato tra i profeti minori dell’Antico Testamento per la brevità dei suoi scritti, ma non per la secondarietà del suo messaggio, e dunque non meno importante al cospetto di Dio.
Il libro biblico a lui attribuito si suddivide principalmente in quattro parti: messaggio a Giosuè ed a Zorobabele (1,1-15); parole di incoraggiamento (2,1-9); la situazione migliorerà (2,10-19); Dio conserverà i capi (2,20-23). In seguito alla caduta di Gerusalemme avvenuta nel 587 a.C., i sopravvissuti furono schiavizzati e deportati in Babilonia. Uno sconvolgimento internazionale provocò il cambio della potenza allora dominante nel mondo, portando così Ciro di Persia ad impossessarsi di ciò che rimaneva della potenza babilonese nel 539 a.C.. Tra le prime decisioni di tale sovrano vi fu quella di concedere a tutti quegli ex-prigionieri che lo avessero desiderato di fare ritorno in patria. Un notevole numero di Giudei accettò dunque l’amichevole offerta ed iniziò la ricostruzione della comunità. Essendo però tempi difficili, si dovette procedere alla ricostruzione di mura, città, case e strade, dissodare il terreno ed arruolare un esercito al fine di difendersi dalle incursioni degli ostili popoli vicini. Purtroppo, dopo un entusiastico avvio dei lavori di riedificazione del Tempio di Gerusalemme, l’interesse andò degenerando e tutto venne sospeso nel 536 a.C.. Dopo ben 16 anni di inattività e di interessi contrastanti, il santo profeta Aggeo cominciò a predicare il suo messaggio, incitando la popolazione a riprendere i lavori di modo che Dio tornasse ad avere un degno luogo di culto. I quattro messaggi di Aggeo sono tutti databili attorno al 520 a.C..
Nel primo di essi, diretto a Giosuè ed a Zorobabele, rispettivamente capi religioso e politico, il profeta rinfaccia alla popolazione di trascorrere troppo tempo in divertimenti mentre il Tempio del Signore è ancora in rovina. Il secondo messaggio era invece indirizzato a coloro che desideravano lavorare, ma temevano che i risultati della loro attività avessero potuto essere insignificanti. Gli ultimi due messaggi denunziarono infine la dilagante corruzione, assicurando la protezione di Dio su coloro che rispondono positivamente alla sua chiamata ed in particolare su Zorobabele. In sostanza il messaggio complessivo e fondamentale del libro di Aggeo è assai semplice: la nostra vita spirituale è più importante di quella materiale. Occorre perciò costruire una dimora per Dio sia esternamente, sia all’interno del proprio cuore, se si desidera godere della benedizione di Dio.

Autore: Fabio Arduino


Di Padre Claudio Traverso:

Lo schema del libro del Profeta Aggeo e' il seguente:

1) Messaggio a Giosue' e a Zorobabele 1,1-15
2) Parole di incoraggiamento 2,1-9
3) La situazione migliorera' 2,10-19
4) Dio conservera' i capi 2,20-23

In seguito alla caduta di Gerusalemme nel 587 A.C. i sopravvissuti furono presi come schiavi e deportati in Babilonia.
Uno sconvolgimento internazionale, che provoco' il cambio della potenza dominante, porto' Ciro il Persiano a prendere possesso di cio' che era rimasto della potenza babilonese (539 A.C.).
Una delle prime cose che fece fu quella di permettere agli ex-prigionieri che lo desideravano di far ritorno in patria. Un considerevole numero di Giudei, anche se non tutti, accettarono l'offerta e cominciarono a ricostruire la comunita' in patria.
Erano comunque tempi difficili. Si doveva ricostruire mura, citta', case, strade, dissodare il terreno e arruolare un esercito per difendersi dalle incursioni di vicini ostili.
Da dove cominciare ?
Dopo un entusiastico avvio dei lavori di ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, l'interesse venne meno e i lavori furono sospesi nel 536 A.C.
Trascorsi 16 anni di inattivita' e di interessi contrastanti, il profeta Aggeo comincio' a predicare il suo messaggio, incitando la popolazione a riprendere i lavori di ricostruzione del Tempio, di modo che Dio potesse avere un degno luogo di soggiorno.
Il libro di Aggeo contiene quattro messaggi, tutti del 520 A.C.
Il primo e' diretto a Giosue', capo religioso, e a Zorobabele, capo politico. In esso Aggeo rinfaccia alla popolazione di passare il tempo in divertimenti mentre il Tempio del Signore e' in rovina.
Il secondo messaggio e' per coloro che vogliono lavorare ma temono che i risultati del loro lavoro siano insignificanti.
Il terzo e il quarto messaggio denunciano la corruzione dilagante e promettono la protezione di Dio su coloro che rispondono positivamente a Lui e in particolare su Zorobabele.
Il messaggio fondamentale del libro di Aggeo e' semplice:
il nostro stato spirituale e' piu' importante dello stato materiale. Dobbiamo costruire una dimora per Dio, sia esternamente, sia nel nostro cuore, se vogliamo che Dio ci favorisca con la sua benedizione.
 
Zaccaria


Zaccaria, il profeta maggiormente citato nel Nuovo Testamento, dopo Isaia, penultimo dei profeti minori, fu chiamato al ministero profetico lo stesso anno di Aggeo, nel 520. Il suo ministero durò probabilmente fino alla costruzione ultimata del tempio di Gerusalemme, tema delle sue esortazioni. Mediante visioni e parabole, egli annunzia l'invito di Dio a penitenza, condizione perché si avverino le promesse: "Così parla il Signore degli eserciti: Convertitevi a me, e io mi rivolgerò a voi". Le sue profezie riguardano il futuro del rinato Israele, futuro prossimo e futuro messianico. E’ giunta l'ora della benevolenza del Signore verso Israele: il Tempio si avvia alla ricostruzione e stanno per essere riedificate Gerusalemme e le altre città di Giuda, mentre i popoli che hanno gioito per la sua distruzione saranno puniti.
Zaccaria mette in evidenza il carattere spirituale del rinato Israele, la sua santità, realizzata progressivamente, al pari della ricostruzione materiale. L'azione divina in quest'opera di santificazione raggiungerà la sua pienezza col regno del Messia. Questa rinascita è frutto esclusivo dell'amore di Dio e della sua onnipotenza: "Ecco, io libererò il mio popolo. Li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia". L'alleanza concretizzata nella promessa messianica fatta a David ripiglia il suo corso a Gerusalemme: "Esulta con tutte le tue forze, figlia di Sion, effondi il tuo giubilo, figlia di Gerusalemme. Ecco a te viene il tuo re: egli è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello, giovane puledro di una giumenta". La profezia si avverò alla lettera nell'entrata solenne di Gesù nella città santa. L'asinello, contrapposto al cavallo da guerra, simboleggia l'indole pacifica del re Messia: "Egli annuncerà la pace alle genti; il suo regno si estenderà dall'uno all'altro mare". Così, insieme a un amore sconfinato verso il suo popolo, Dio unisce un'apertura totale verso le genti, che purificate entreranno a far parte del regno: "Quale felicità, quale bellezza! Il frumento darà vigore ai giovani e il vino dolce alle fanciulle".
In questo vaticinio, chiaramente messianico, è adombrata l'Eucaristia. Appartenente alla tribù di Levi, nato a Galaad e ritornato nella vecchiaia dalla Caldea in Palestina, Zaccaria avrebbe compiuto molti prodigi, accompagnandoli con profezie di contenuto apocalittico, come la fine del mondo e il doppio giudizio divino. Morto in tarda età sarebbe stato sepolto accanto alla tomba del profeta Aggeo.

Autore: Piero Bargellini


Di Padre Claudio Traverso:

Lo schema del libro del Profeta Zaccaria e' il seguente:


1) Introduzione 1,1-6
2) Serie di otto visioni 1,7-6,15
3) Oracoli vari 7,1-14,21



Zaccaria esercito' il suo ministero contemporaneamente ad Aggeo.
La popolazione rimpatriata dall'esilio babilonese si trovava ad affrontare un compito immane. Case da ricostruire, mura da rifare, campi da dissodare, foreste da abbattere, strade... e soprattutto il Tempio da ricostruire, e sempre contro la tenace opposizione della gente che aveva occupato la regione dopo la partenza dei Giudei per l'esilio.
Aggeo concentro' il suo messaggio sull'incoraggiamento della popolazione alla ricostruzione del Tempio, mentre Zaccaria svolse temi di carattere piu' generale.
Il libro di Zaccaria e' costituito da una breve introduzione, otto visioni e una raccolta di incitamenti vari su un arco di tempo relativamente lungo.
La sostanza del libro e' contenuta nelle otto visioni.
Prima visione. Cavalieri in groppa a cavalli di diversi colori in un bosco.
Questo viene interpretato come un giudizio pronunciato sulle nazioni, con Dio che cavalca il cavallo principale.
Israele ha in cio' tre motivi di conforto: il Tempio sarebbe stato ricostruito, Gerusalemme sarebbe stata ricostruita e i distretti circostanti sarebbero stati inondati di prosperita'.
Seconda visione. Quattro corna che disperdono Gerusalemme.
Le quattro corna sono altrettanti regni (Assiria, Babilonia, Egitto e Media-Persia), i quali tutti cadranno a loro volta per aver distrutto Gerusalemme.
Terza visione. Un giovane misura Gerusalemme con una corda da muratore.
Visione di incoraggiamento per la protezione di Gerusalemme. Il giovane e' costretto a sospendere le misurazioni per la ricostruzione delle mura perche' Dio sarebbe stato come un muro di fuoco a protezione di Gerusalemme contro le nazioni circostanti.
Quarta visione. Il sommo sacerdote Giosue', vestito di stracci davanti al Signore.
Giosue' non puo' stare davanti a Dio sorretto solo della sua autocompiacenza. Satana lo accusa, ma solo per essere zittito da Dio che fa indossare a Giosue' vesti degne della divina presenza.
Cio' che si vuol dire e' chiaro: solo Dio puo' renderci presentabili alla corte del cielo, attraverso un suo atto di grazie e di misericordia.
La venuta del Messia e' prefigurata in 3,8 nelle parole "mandero' il mio servo Germoglio".
Quinta visione. Due olivi alimentano l'olio in un recipiente centrale collegato a sette lampade.
Questa visione, piu' complessa della altre, e' molto importante. Sostanzialmente vuole significare la forza di Dio che non viene mai meno (gli ulivi), l'agente dell'alimentazione (lo Spirito Santo), gli agenti umani (Giosue' e Zorobabele) e il fatto che il programma viene svolto.
Il versetto chiave in questa visione e' 4,6: "Non con la potenza ne' con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore". Questo concetto trovera' eco nella affermazione di San Paolo: "Se Dio e' per noi, chi sara' contro di noi?" (Rm 8,31).
Sesta visione. Il libro che vola.
Questa e' una dichiarazione pubblica che i peccati di Israele saranno puniti. Dimostra che anche nella comunita' ricostruita il peccato era ancora un problema e bisognava fare qualcosa per risolverlo.
Settima visione. Il canestro volante.
Questa visione e' sostanzialmente uguale a quella precedente. Quando viene sollevato il coperchio del canestro, appaiono i peccati della nazione, che pero' vengono eliminati quando due donne con ali di cicogna portano via il canestro in un luogo lontano.
Questo indica sia la presenza del peccato nella comunita', sia il fatto che Dio e' in grado di perdonarlo, togliendolo definitivamente di mezzo.
Ottava visione. Quattro cocchi in mezzo a due montagne di bronzo.
Questa oscura visione esprime la certezza che la volonta' di Dio sara' eseguita. Le montagne rappresentano la forza dei decreti di Dio e i cocchi gli agenti attraverso i quali Dio attua i suoi piani.
La raccolta degli oracoli successivi e' importante perche' in essi il futuro Messia e' rappresentato come il Buon Pastore, respinto dal suo popolo, venduto per 30 monete d'argento, che entra trionfante in Gerusalemme in groppa a un asino e infine pianto come primogenito.
Il Nuovo Testamento vede tutto cio' avverato in Gesu' Cristo.
Il messaggio fondamentale di Zaccaria e' l'adempimento della volonta' di Dio.
Dio, il Signore, e' assoluto padrone della vita e della storia. Mediante simboli, visioni, immagini e dichiarazioni, Zaccaria insiste sul fatto che noi non dobbiamo mai aver timore se siamo disposti a fare la volonta' di Dio.
Dio sa quel che fa e ha la situazione in pugno.
Il Messia (Gesu' Cristo) verra' a rappresentare Dio e a compiere la sua volonta'. Prima egli viene con la debolezza umana, ma poi verra' come Giudice supremo.
Malachia


San Malachia è l’ultimo dei profeti minori della Bibbia, che gli ebrei chiamano per questo “Sigillo dei profeti”. Poco o nulla si sa della sua vita, era della tribù di Zabulon e nacque a Sofa; visse certamente dopo l’esilio babilonese (538 a.C.), durante la dominazione persiana, tuttavia non si può determinare con certezza se le sue profezie siano anteriori, contemporanee o posteriori al ritorno di Esdra in Palestina (sommo sacerdote ebreo, codificatore del giudaismo, V-IV secolo a.C.).
Giacché nei libri dell’Antico Testamento di Esdra e di Neemia non si parla di Malachia, si potrebbe dedurre che egli sia vissuto dopo di loro, variando le ipotesi dal 519 al 425 a.C.
Il libro di Malachia tratta dei problemi morali relativi alla comunità ebraica, reduce dalla prigionia babilonese e a cui rimprovera le lamentele contro la Provvidenza di Dio, stimolandola a pentirsi.
Egli mette in evidenza “l’elezione” d’Israele, che non è solo un privilegio onorifico di Dio, ma comporta degli obblighi, come ogni dono divino; rimprovera i sacerdoti che trascurano e offendono la dignità di Iahweh e del culto a Lui dovuto.
Nella requisitoria contro il malcostume egli è intransigente e condanna i matrimoni misti, difende la indissolubilità del matrimonio; il libro termina con una visione escatologica (cioè quello che seguirà alla vita terrena e alla fine del mondo), annunciante la venuta del messaggero di Dio, che farà una cernita dei buoni nel suo popolo; in questa profezia si può prefigurare la venuta di Giovanni Battista.
I Padri sono concordi nel vedere in Malachia il preannunzio profetico del sacrificio della Messa, con Gerusalemme che perde il titolo di “luogo dove bisogna adorare”, e Gesù che istituisce il rito eucaristico per tutta l’umanità.
Nel libro di Malachia, è notevolmente diffuso il senso dell’immutabile giustizia di Dio e dell’universalità della vera religione.

Autore: Antonio Borrelli


Di Padre Claudio Traverso:

Schema del libro del Profeta Malachia:
1) Puntualizzazione dei peccati di Israele 1,1-2,17
2) Promessa di benedizioni e di castighi 3,1-24



Questo libro, come le profezie di Aggeo e di Zaccaria, era diretto alla comunita' ebraica ricostituita dopo l'esilio.
In Giudea era arrivato un altro gruppo di ex-deportati e sulla scena si trovavano personaggi importanti quali Esdra e Neemia.
Non tutto filava liscio nella nazione di Israele. Riti pagani e altre pratiche discutibili erano all'ordine del giorno.
Prevaleva l'indifferenza religiosa, l'ingordigia, la corruzione negli ambienti governativi e i matrimoni misti con donne straniere (che portavano con se' i loro idoli).
Un problema particolare era rappresentato dal comportamento dei sacerdoti. Il culto religioso era diventato abitudinario, svuotato del suo vero significato. Malachia chiama l'indifferenza religiosa niente meno che rapina ai danni di Dio.
Il libro e' costituito da due parti, di cui la prima e' una denuncia dei peccati di Israele, la seconda una promessa di benedizioni e di castighi.
Il libro e' impostato su una serie di domande e di risposte, come avviene nei tribunali, in cui Israele pone domande retoriche (e spesso di autogiustificazione) e Dio risponde.
Le domande sono del tipo: Come ci hai dimostrato il tuo amore (1,2) ? Come abbiamo disprezzato il tuo nome (1,6) ? Come abbiamo stancato il Signore (2,17) ?
Malachia predica il giudizio di Dio in particolare per il clero (sacerdoti). I sacrifici che offrivano erano indegni, non c'era sincerita' nel loro servizio, i loro doveri erano compiuti con svogliatezza e i loro impegno verso Dio era vuoto.
Se i capi religiosi si comportano male, cosa ci si puo' aspettare dal popolo ?
Il popolo poi non ha imparato niente dalla lezione dell'esilio. Erano stati fatti schiavi a causa dei loro peccati, ed erano ritornati decisi a ricalcare le loro vecchie orme.
Se la nazione avesse continuato a respingere Dio, il giudizio sarebbe venuto di nuovo, come era venuto in precedenza.
Infine, per il futuro c'e' un messaggio di speranza. Il giorno del Signore stava per venire, un giorno di giudizio, ma in quel giorno il Signore avrebbe purificato i sacerdoti e il Tempio, redento i giusti e inaugurato il regno di Dio.
Tutto cio' sarebbe stato preceduto da un messaggero che aveva il compito di preparare la via del Signore. Il Nuovo Testamento vede in questo messaggero Giovanni Battista.